Da tanti anni non preparavo il pane in casa.
Non l’ho mai fatto neanche in questo 2020 di quarantena.
Oggi è stato il giorno: abbiamo sfornato qualche pagnotta che ci ha scaldato mani e cuore.
Il momento più bello è il primo impasto, premessa e promessa per la lievitazione.
Nel primo pomeriggio predispongo mezzo pentolino d’acqua tiepida con un pizzico di zucchero di canna.
Amo quella piccola percezione di calore attraverso il metallo sottile.
Non ho ancora il lievito madre e al suo posto sciolgo lievito di birra, che forma una schiuma densa in cui il piccolo di casa infila naso e dito.
In una ciotola verso metà farina di semola, granulosa e ruvida, e metà farina tipo zero, liscia e soffice. Un filo d’olio attraversa come un intarsio levigato la miscela di farine.
Dalla ciotola al piano di lavoro il passo è breve.
La pasta si lavora bene, è elastica, leggera e vellutata se ho indovinato la quantità d’acqua.
Penso che l’impasto è carezzevole come le guance dei miei piccoli.
Circondata da mani curiose arrotondo l’impasto e ripongo la palla nella ciotola come fosse la sua culla, per farla crescere alcune ore.
Prima di lasciarla a riposare, i miei aiutanti insistono per accarezzarla.
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