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Fili di Voce Scritta

Mamma, ma tu che lavoro fai?

27 maggio 2026

Mamma, il tuo lavoro è finto. Qui sotto (articolo del 2014) racconto come la prole vede(va) il mio lavoro. Anche oggi, mentre la mia professione si è evoluta nel progetto Voce Scritta LAB con ramificazioni in Carta a Voce Scritta, la figliolanza – cresciuta in età, numero e complicità – si allea senza chiedermi il permesso e mi scherza dicendomi la stessa cosa.

13 febbraio 2014

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… lei mi crede pianista in un bordello. Jacques Séguéla

Ora, posto che mia madre si sia da tempo pacificata con l’idea della professione che svolgo, provate a mettervi nei miei panni quando è il Pupo, candido candido, a pormi la Grande Domanda:

Ma tu, mamma, che lavoro fai?

La prima volta che me lo ha chiesto gli ho risposto con una parolona. Gli ho detto che facevo la Scrittrice e, nell’immediato, non ho ricevuto ulteriori interrogazioni. Alcuni giorni dopo ci riprova: mi chiede di nuovo e, siccome voleva dettagli, ho dovuto dirgli che scrivo le parole che vanno un po’ dappertutto. Sulle pagine che vede nel computer, sulla carta dei libri, sui manifesti, sulle confezioni di fazzoletti di carta, sulle scatole del latte. No, non era ancora soddisfatto. E se ne è uscito con questa frase:

Mamma, ma questo non è un lavoro vero, è un lavoro finto.

E, con la forza spiazzante e paziente delle sue argomentazioni bambine, mi ha spiegato che i veri mestieri sono raccogliere l’uva, fare il pane, fare il vigile. Confesso tutto il mio stupore davanti a tanto senso della realtà: come si fa a vivere di scrittura? Come si fa a vivere di parole? Mi sono sentita scrutata e indagata, e ho cercato di essere più concreta.

Guai, poi, a dire che a volte ciò che scrivo serve anche per la pubblicità. Si apre un circolo vizioso: la pubblicità non serve, la pubblicità dice le bugie, la pubblicità non si guarda. Non pensavo che sarei stata messa così a dura prova da un adorabile Tappo alle prese con i suoi primi ragionamenti.

Ormai anche la parola copywriter non è più un tabù. Dopo lo sdoganamento di tutti i termini connessi alle funzioni corporee e quant’altro grazie alle mirabolanti avventure vissute con un neonato, è diventata una passeggiata conversare di accessori per il bagno quando si tratta di lavoro. Ormai, io e i copriwater (sì, hai letto bene, e se ti è sfuggito rileggi ancora) siamo parte di una grande famiglia.

Allora, ancora una volta, ho riconosciuto chiaramente il confine che – tra amore e follia – attraverso ad occhi aperti ogni giorno, per credere in un sogno che pian piano si sta avverando.

Quindi ho chiamato il Pupo accanto a me e, con calma, gli ho rispiegato in un modo diverso. La mamma scrive perché a volte le persone hanno delle domande, non sanno le cose, cercano delle risposte, e qualcuno scrive per far trovare queste risposte. Gli ho detto che oggi tutti parlano, dicono cose, ma non tutti lo fanno o, meglio, non tutti possono farlo nel modo corretto, anche solo per mancanza di tempo. Se un negoziante vuole vendere i suoi oggetti, e anche tanti altri negozianti hanno gli stessi prodotti da vendere, come fa?

Gli ho detto che se tutti parlano insieme della stessa cosa alla fine nessuno riesce a sentire, quindi bisogna che ci sia una voce diversa, o tante voci diverse, anche piccole, che al momento giusto e nel posto giusto dicano la cosa giusta. C’è qualche persona che fa questo lavoro e, ad esempio, presta le sue parole al negoziante di prima. Così è il mio lavoro, è un lavoro vero, è il mio lavoro preferito perché lo adoro ed è la mia grande passione. E, come tutti gli altri lavori, deve essere in grado di darmi da mangiare.

Non so se sono riuscita a convincerlo del tutto, però non ha più detto, con sguardo preoccupato, che il mio è un lavoro finto. Anzi, adesso ci scherziamo su.

La scommessa vera è, ora, trasmettergli piano piano tutta la positività, tutto l’amore, tutto l’entusiasmo possibili perché anche da grande sappia sognare, cercare, inventarsi un lavoro, una vita, una storia dove camminare con i piedi sempre a cavallo tra terra e cielo, una storia che corrisponda il più possibile ai suoi desideri più belli.

Con questo finale in crescendo ti saluto e, se vuoi, ti invito ad approfondire meglio cosa faccio.

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Prospettive

Lento. Frammenti di carta

Lento. Frammenti di carta - Nuovicontesti

Premessa provvisoria

Lavoro tanto tempo servendomi dello schermo e della Rete, ma ho molto bisogno di spazi di carta, polmoni di carta, momenti di carta. Intendo la carta soprattutto come possibilità di sondare uno spazio profondo, aperto, lento, libero, come potenzialità mentale, come possibilità per scandagliare, ritrovare, scatenare risorse ed energie.

Oppure e anche

Da qui, per opposizione, mi è venuta l’idea di scrivere come si realizza il lavoro delle parole con la carta, ad esempio la carta dei libri. Per quanto mi riguarda ho lavorato con le parole degli altri, ma le ho vissute in prima persona. E ci sono moltissimi spazi per far vivere, risuonare, cantare le parole, anche quelle degli altri, dentro un libro.

Intermezzo infinito

Cito la carta dei libri solo come un esempio nell’infinita serie di altri supporti pensabili, leggibili, ascoltabili, scrivibili, esistenti, inventabili. Infinite prospettive, come spesso ripeto e desidero. Un infinito reale con cui, tra l’altro, ho un conto in sospeso per via della musica e della matematica. Per ora è un pensiero colto al volo, e forse riaffronterò il tema.

Una fatica tremenda

Torno alle parole dei libri. Un lavoraccio. Da innamorati folli. Un mestiere paziente e meticoloso. Al limite della sopportazione propria e altrui, visto che si lavora in team.

Spazi-con-parole

Prima di trovare una qualsiasi forma concreta, deve essersi già formata l’idea degli spazi-con-parole che la carta accoglierà: copertina, frontespizio, dorso, quarta di copertina, pagine interne, sovracoperta e molti altri spazi, visibili o invisibili ai più. A volte questa idea si costruisce con una lentezza fuori misura, a volte si intuisce con la rapidità di una associazione mentale immediata, tipo corto circuito. In ogni caso l’occhio va alle scadenze sempre imminenti e il tic-tac dell’orologio è fisso nella testa di ognuno dei suddetti folli innamorati.

Progetto innamorato

Non solo chi lavora con le parole è innamorato folle della carta: ogni singolo spazio-di-carta si deve combinare a tutti gli altri spazi-di-carta e si avvicina, si unisce, si aggrappa per sempre a tanti elementi come i segni grafici, i disegni, le immagini. Tutto avviene in un unico – naturalmente folle e innamoratissimo – progetto. Un amore da coltivare.

Parole e parole

Ci sono le parole, ci sono quelle già scritte, e ci sei tu con la tua testa, il tuo vissuto, le tue connessioni, il tuo essere, che devi mettere in gioco. Se le parole sono il tuo mestiere, sei tu il catalizzatore. Sei tu che guidi le parole, anche quelle altrui, e qui lavori con una delicatezza e un rigore se possibile ancora maggiori, in modo che concorrano al progetto e crescano con esso. E tutto si moltiplica. Risorse, idee, nuove soluzioni che in un processo composto di molti passaggi si trasferiscono dalla mente all’oggetto (in)finito.

Falso epilogo, inizio vero

Per affrontare al meglio lo schermo e la Rete ho sempre più bisogno di pagine, libri veri, su cui posare occhi mani e mente, da studiare, da far decantare con lentezza. Dormendoci su la notte e facendo passare giorni tra una pagina e l’altra, oppure leggendo un libro anche in un solo pomeriggio. Per me è una questione vitale, di equilibri profondi.