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Le soddisfazioni del sabato pomeriggio

Le soddisfazioni del sabato pomeriggio - Nuovicontesti

Oggi non è sabato, è uno di quei giorni con l’accento, ma non ha importanza.

Questo post è trasversale e raccoglie, tonifica, ispira tutti i pensieri felici della mia settimana.

Premesso che amo il mio lavoro da casa (lo svolgo spesso anche di sabato, suggeriscono dalla regia) e non aspetto il fine settimana per smettere (perché non smetterei mai) vi descrivo il mio sabato pomeriggio ideale, che in parte dedico di solito alle faccende domestiche, ma non alle pulizie, per intenderci (le pulizie rimangono arditamente arrampicate tra una parentesi e l’altra – proprio come le parentesi di questo periodo, senza contare le quadre e le graffe – in vari momenti della settimana).

In ordine accuratamente disordinato e incompleto, ecco l’inventario immaginario di – alcune – attività e – alcuni – desideri che nel mio infinito sabato pomeriggio troverebbero la loro più compiuta e meravigliosa espressione.

Giunto dunque il momento di espormi, mi espongo. Amo, amo sconsideratamente:

rammendare a mano il vestiario di quella parte di famiglia che non supera il metro di altezza e glorifica metà del proprio tempo a testare la robustezza dei tessuti a livello pavimento

passare il metal detector sui muri per individuare condutture di vario genere, prima di trapanare o conficcarvi qualsivoglia tipologia di chiodo o di oggetto appositamente appuntito

contemplare al lavoro, in opere di artigianato a scelta, tre generazioni uguali nell’entusiasmo e diverse solo per colore e quantità di baffi barba e capelli, in un arco d’età compreso tra i 75 e i 5 anni

mettere a dimora nuove piantine, semi, fiori, pini natalizi ed erbe aromatiche. Facendo finta di averlo sempre fatto nella mia vita precedente, però devo ammettere che mi riesce bene, in realtà

assemblare in totale autonomia un tavolo, ad esempio, della famosa azienda nordica (fascia di difficoltà: facile) e potermi giulivamente bullare di tutto ciò (esclusa la fascia di difficoltà) davanti alle suddette tre generazioni

– in ultimo, ma essenziale per poter realizzare tutti questi desideri: confidare, col procedere della bella stagione, che le ore di luce prima della notte possano non finire mai.

Mi sono quindi sbilanciata con il mio sogno di mezzo sabato.

E voi, quale idea avete di questo giorno che, pur senza averlo scritto dentro di sé, può mettere un nuovissimo spumeggiante accento sulla vostra settimana conclusa e su quella futura?

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Il segreto dei lavori metodici

Il segreto dei lavori metodici - Nuovicontesti

In questo articolo cercherò di esprimere l’importanza dell’alternare tipologie di attività diverse in modo tale che il lavoro non ne risenta, anzi: ne giovi sempre più.

A grandi linee, nei momenti di peggiore sconforto, a tutti potrebbe accadere di contrapporre, nel contesto di una lacrimosa e rassegnata lamentela, due grandi categorie di lavori: i lavori cosiddetti metodici (noiosi, ripetitivi, in tempi lunghi) e i lavori cosiddetti creativi (interessanti, sempre nuovi, in tempi contenuti).

Bene, oggi la mia missione è – e non sono certo la prima a farlo – sfatare il mito di questa triste inconciliabilità.

Posso dire di essere nel complesso una persona metodica, ma chi mi conosce bene sa che ho bisogno di (talvolta estremi) contrappunti in direzioni anche opposte, per far sì che tale lavoro metodico non mi precluda mondi altri e mi consenta di sopravvivere.

La verità è che amo il lavoro metodico, ma lo amo perché da solo non mi basta. Cerco di spiegarmi meglio. Per farlo bene si rende necessaria una certa misura di evasione. Occorrono momenti di non-concentrazione. Sulla linea del lasciar decantare.

Il segreto dei lavori metodici sta, per la mia esperienza personale, nel non subirli come tali ma nel farli diventare sorgente di qualcosa di diverso. Ad esempio, visto che in genere non richiedono l’utilizzo di eccessive risorse mentali, possono trasformarsi in uno spazio fantastico per far nascere nuovi pensieri. E qui stanno la mia gioia e la mia salvezza.

Spesso le idee nuove si affacciano in un istante imprevisto – sì, è proprio questione di un istante, è lo sguardo di un volto amato che per un istante si affaccia alla finestra, e pur nella brevità dell’evento questo affacciarsi ti infonde un calore immenso – le idee nuove si affacciano quando si abbandona temporaneamente la tensione costruttiva, creativa, progettuale e ogni sua deriva verso il concetto di accanimento.

Ciò non significa che sia sufficiente prendere per buone le idee nascenti come tali, abbandonare l’ispirazione in stato di abbozzo. Occorre, invece, precisamente, riprendere le idee in bozzolo al momento giusto – oppure, come più spesso accade nella vita reale, raccoglierle alle soglie della scadenza corrispondente – per affrontare il lavoro creativo in profondità e nella direzione corretta.

Ecco svelato, secondo una sorta di logica degli opposti, in un circolo virtuoso inaspettato, il vero motivo per cui amo – finestra e fucina di novità – i lavori metodici.

E tu, ami i lavori metodici?

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Voce del verbo camminare

Voce del verbo camminare - Nuovicontesti

Per me la parola camminare è simbolo del cambiamento costante, dell’evoluzione, dell’incontro con realtà sempre nuove. È l’ingrediente di un percorso a misura d’uomo, organico, che ha al centro l’esperienza personale e il piacere di poterne condividere alcuni aspetti.

Come mi è capitato di scrivere altre volte, trovo ormai impossibile separare il mio vissuto dal lavoro che faccio. Il modo in cui affronto ogni cosa somiglia al camminare: quando incontro un elemento, una questione, un tema che accende la mia curiosità raramente passo avanti senza fermarmi. Mi concentro, mi lascio condurre per un poco, se occorre approfondisco e poi lascio decantare. Molto spesso imparo qualcosa di nuovo, oppure trovo spunti per far nascere – il più delle volte non subito – nuove idee.

Camminando idealmente, ogni occasione è valida per avviare riflessioni serie ma anche per attivare qualche corto circuito. Ad esempio sto leggendo un libro, ma improvvisamente mi stacco dal contenuto come se dovessi farne la revisione. A questo punto non resisto dall’appuntare, sul margine della pagina, il piccolo refuso invisibile che trovo dentro al volume, la didascalia che scriverei, il sottotitolo che aggiungerei. Altrettanto improvvisamente mi sveglio dal mio volo pindarico in veste di revisore di bozze, torno al paragrafo dove ero arrivata e sorrido di me.

Quando cammino cerco di cogliere i dettagli di colore, di suono, di atmosfera. Tutto questo andrà ad arricchire il lavoro che faccio con le parole, un lavoro da modulare su tanti strumenti e canali diversi. Un gioco molto serio che richiede capacità di immaginazione, sguardo d’insieme, attenzione al dettaglio, metodo, pazienza, un poco di leggerezza e tanto, tanto tempo.

Camminando, vedo un gatto arancione nel cortile di una casa abbandonata. Nella mia testa vedo il gatto molto più arancione di quello che è. Anzi, sono obbligata a vederlo più arancione per far sì che spicchi meglio rispetto all’intonaco azzurrino della casa e perché si ricolleghi visivamente alla ruggine sulla cancellata bianca. Il gatto è fermo, ma sta per saltare giù dalla tettoia. O meglio, io lo farei saltare giù, per andare in cerca di cibo, di una coccola o di una lucertola da rincorrere.

Nell’azione di camminare, metaforica o reale, il tipo di gioco – o meglio il tipo di lavoro, il lavoro di raccolta – non cambia. Cambiano il paesaggio e lo scenario in cui ci troviamo, e gli elementi che abbiamo colto ci serviranno per creare nuovi contesti.

Gli elementi che hanno creato il varco – verso una emozione, una sensazione, una visione – devono coordinarsi tra loro, uscire da se stessi e superare la forza di attrito iniziale per avviare un racconto rivolto a qualcuno. Devono trovare la forza di aprire tutte le finestre e prendere aria. Devono muoversi, agire, generare a loro volta movimento, far interagire e far dialogare. Hanno il compito di inventare [ri-trovare], mostrare e condividere nuove strade. A tutti i livelli: per le gambe, per il cuore, per la mente.

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Radici

Di parole e di altre avventure

Di parole e di altre avventure - Nuovicontesti

Scrivere è una delle mie occupazioni e aspirazioni principali, oltre che preferite. Vorrei scrivere dappertutto.

In questo post cerco di indicarti alcuni punti chiave nel processo di scrittura, che di volta in volta ho individuato e trovato utili nel mio percorso. Non significa che siano completi, anzi: la mia salvezza – e non solo mia, credo – è imparare ogni giorno qualcosa di più, perciò ti invito a condividere le tue idee ed esperienze nei commenti.

1. Prima di tutto

Leggere, sempre

Ogni attività di stesura di testi a cui ti avvicinerai ha una premessa essenziale nel tuo vissuto e nelle cose che ami, quindi in te stesso e nella tua vita, nei tuoi paesaggi.

Leggi ovunque ti trovi e su qualunque supporto, osserva ogni frase con consapevolezza, lasciati prendere dalle parole specialmente quando sono bellissime, cerca di associare nella mente parole e immagini, documentati, studia e approfondisci, lascia decantare.

2. Progetto

Per chi scrivo

Occorre chiarire da subito con la massima precisione chi è il destinatario del nostro testo: è così possibile scegliere il linguaggio e le modalità adatte per entrare in sintonia con chi ci leggerà. Faccio solo alcuni esempi: potrebbe essere una sola persona, oppure un gruppo di persone con un interesse in comune, oppure ancora un pubblico nuovo di persone da avvicinare e fare incontrare.

Perché scrivo

In base al destinatario cerchiamo di definire gli obiettivi del nostro testo. Potremmo avere un tema già prefissato oppure potremmo essere noi a doverlo stabilire. Che cosa devo comunicare? Che cosa voglio ottenere? Individuiamo bene il messaggio da veicolare, il tipo di coinvolgimento che vogliamo creare, l’azione a cui desideriamo spingere il nostro lettore. Offriamo contenuti chiari e utili, concreti e piacevoli.

Dove comparirà il testo

Una pagina di carta, il campo del post, il nome di un prodotto, lo status di Facebook, le parole di una canzone, i 140 280 caratteri di Twitter, una storia per bambini, il corpo testo della mail e il suo oggetto, le didascalie alle foto di un libro, i sottotitoli di un capitolo.

Le destinazioni sono infinite e occorre comprendere le caratteristiche di ognuna per creare il testo adeguato. A te l’augurio di sperimentarne una, alcune o tante. Buon viaggio, e buona fortuna!

Mappa delle idee

Prima di iniziare a scrivere il testo vero e proprio, mi sento di consigliarti una stesura non troppo meditata di tutte le idee, associazioni, immagini che ti si affacciano alla mente. Puoi darti un tempo per questa attività, oppure interromperla quando ti sembra di aver toccato idealmente tutti i punti utili, come fossero una costellazione, per poi selezionare solo gli elementi veramente importanti e vitali per il tuo testo.

3. Stesura

Breve o lungo

La brevità o la lunghezza di un testo sono solo due variabili di stesura e non determinano la minore o maggiore difficoltà nello scrivere. Ogni singolo testo è un mondo con una propria natura. Semplicemente, le difficoltà sono differenti a seconda del testo da produrre. Un testo breve può essere difficile da realizzare perché con l’uso di pochi caratteri deve essere preciso, denso e allo stesso tempo attraente. Un testo lungo presenta ugualmente difficoltà perché ogni sua parte deve essere coerente con tutto il progetto e offrire chiarezza e capacità di coinvolgimento, pur nella complessità dei temi e dei concetti trattati.

Rapido o lento

Lentezza e rapidità sono due dimensioni complementari del testo, sia per quanto riguarda la stesura sia per quanto riguarda la fruizione.

Raramente un testo perfetto o comunque idoneo e corretto nasce subito, ma in alcuni contesti, come nel mondo delle interazioni social, è richiesta una certa prontezza nel gestire specifiche situazioni in tempi brevi.

Si tratta di una prontezza che non nasce sul momento ma proviene da lontano, dalla preparazione, dalle competenze, dall’aver maturato esperienze approfondite che consentono di dare la risposta giusta al momento giusto e nel posto giusto.

Come dire che la rapidità è frutto di un processo lento. E non è una contraddizione.

Online o offline

Lo spazio a cui è destinato il testo – pubblicazioni cartacee, internet, supporti digitali, packaging e molto altro – è una variabile molto importante che meriterebbe una approfondita trattazione specifica.

Molto brevemente, mi limiterò a dire che analizzando e mixando i vari elementi, come il luogo dove si troverà il testo (luogo prestabilito e anche luogo potenziale, visto che potrebbe essere condiviso dove noi non possiamo sapere), il destinatario a cui è rivolto e gli obiettivi che il progetto ha, potremo chiarirci meglio il compito che ci spetta e saremo in grado di costruire il percorso giusto tra le infinite possibilità di testo che possiamo realizzare.

Affrontare il bianco

Occorre superare la barriera dello spazio bianco. Raccogliere le energie e saltare oltre lo scoglio iniziale. I mezzi sono diversi. Per ogni progetto, per ogni supporto lo spazio del testo è diverso, l’ampiezza del testo è diversa.

Ovunque tu debba scrivere, stendi il primo testo senza fermarti, lascia scorrere le frasi nella successione con cui ti vengono in mente, non fermarle perché potresti perdere degli spunti interessanti. Una volta steso il tutto, abbastanza di getto, e quindi scritte le tue idee anche in disordine, potrai riprendere in mano il testo e ricucinarlo a dovere.

Struttura e ritmo del testo

Mi limiterò a suggerire un accorgimento di base che ti aiuterà a costruire una primissima architettura del testo. In linea generale l’attacco del testo è un punto forte. Al centro può seguire un approfondimento, con l’illustrazione di eventuali dettagli. La conclusione è un altro punto forte dove si concentra l’attenzione del lettore. Sono allo stesso modo importanti – anche come gancio visivo – le postille, la firma, i rimandi alla fine.

Se il testo è lungo vi saranno più parti, ognuna caratterizzata da punti di tensione e scioglimento, in modo da costruire un andamento naturale, un ritmo, una sorta di respiro che alterni la massima richiesta di attenzione a parti che favoriscono la riflessione. Il tuo testo potrà avere anche una certa musicalità: prova a leggerlo ad alta voce per verificarne la scorrevolezza e, in ultimo ma non meno importante, per ascoltare l’effetto generato dai suoni.

4. Revisione

Riorganizzare i contenuti

Preparati a una delle fasi più complesse e delicate della scrittura: almeno metà della fatica di scrivere andrà impiegata nella fase di revisione.

Si tratta di riprendere con gli occhi, con il cuore e con la mente tutto quello che hai scritto sino ad ora, metterti nei panni del tuo destinatario, indossare l’abito del più agguerrito spirito critico nei confronti del tuo presunto capolavoro, e lasciare che accada ciò che deve accadere.

Taglia – pota, come se avessi di fronte una pianta che deve crescere bene – ciò che non serve, ripulisci il testo, cambia l’ordine delle parti, elimina rami e foglie secche e lascia le gemme più fresche per far posto a spiragli di vitalità, di condivisione, di avvicinamento, di azione e interazione.

Formattare il testo

Il testo non solo si legge, ma si guarda: si fruisce meglio se non assomiglia ad un muro, e se vi dà l’idea di un giardino arioso.

Una volta superate tutte le frasi descritte sopra crea paragrafi sottotitoli, inserisci spazi di interlinea tra un blocchetto di testo e l’altro, scegli le parole significative – keyword, topic, concetti chiave – da evidenziare con grassetti e corsivi.

Se lavori per un progetto on line, fai vivere e interagire il tuo testo inserendo link interni e collegamenti a risorse esterne.

Correggere refusi ed errori

Naturalmente il tuo testo dovrà essere il più possibile perfetto dal punto di vista formale. Controlla lessico, ortografia, grammatica, spazi prima e dopo la punteggiatura, maiuscole e minuscole, accenti e apostrofi, concordanze e ognuno degli altri mille milioni di aspetti che generalmente sfuggono alla prima lettura. Passa quindi alla fase successiva e ricorda che è il punto di non ritorno, soprattutto se si va in stampa.

Rileggere. Pausa. Rileggere. Pausa. Rileggere

Su internet è possibile correggere in corsa, quindi ci sono delle facilitazioni in merito. Il mio consiglio è di attivare sempre e comunque la massima attenzione, perché potresti non sfuggire all’occhio di lince di qualche navigatore, e sorattutto agli screenshot.

Nel dubbio, anche prima di pubblicare sul web – per lavori su carta ho attraversato molte notti su bozze di progetti piccoli e grandi – rileggi bene tutto e ricorda che la qualità di un avvicinamento, di un approccio, di una conversazione on line passa anche per un testo ben curato nella forma oltre che nei contenuti.

Rileggi più volte, facendo pause per non abituarti – e soprattutto per non affezionarti – a ciò che avete scritto e per tenere desta la tua attenzione. Mano a mano conquisterai maggiore familiarità con questa procedura e ti sarà più semplice svolgerla, perché avrai la consapevolezza di tutti gli aspetti da tenere in considerazione.

Nulla dies sine linea

Una ultima cosa, piccola e preziosa: cerca di scrivere tutti i giorni per affinare la qualità del tuo lavoro. Per questo ti lascio il suggerimento antico attribuito a Plinio il Vecchio.

Qui si conclude, per ora, il mio piccolissimo vademecum per te. Spero possa esserti utile ma usalo per quello che è: una minuscola selezione di spunti per scrivere con coscienza, da arricchire ogni giorno con l’esperienza che fai sul campo.

E ora tocca a te: che cosa ritieni importante per una buona pratica di scrittura?

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Fili di Voce Scritta

Mamma, ma tu che lavoro fai?

27 maggio 2026

Mamma, il tuo lavoro è finto. Qui sotto (articolo del 2014) racconto come la prole vede(va) il mio lavoro. Anche oggi, mentre la mia professione si è evoluta nel progetto Voce Scritta LAB con ramificazioni in Carta a Voce Scritta, la figliolanza – cresciuta in età, numero e complicità – si allea senza chiedermi il permesso e mi scherza dicendomi la stessa cosa.

13 febbraio 2014

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… lei mi crede pianista in un bordello. Jacques Séguéla

Ora, posto che mia madre si sia da tempo pacificata con l’idea della professione che svolgo, provate a mettervi nei miei panni quando è il Pupo, candido candido, a pormi la Grande Domanda:

Ma tu, mamma, che lavoro fai?

La prima volta che me lo ha chiesto gli ho risposto con una parolona. Gli ho detto che facevo la Scrittrice e, nell’immediato, non ho ricevuto ulteriori interrogazioni. Alcuni giorni dopo ci riprova: mi chiede di nuovo e, siccome voleva dettagli, ho dovuto dirgli che scrivo le parole che vanno un po’ dappertutto. Sulle pagine che vede nel computer, sulla carta dei libri, sui manifesti, sulle confezioni di fazzoletti di carta, sulle scatole del latte. No, non era ancora soddisfatto. E se ne è uscito con questa frase:

Mamma, ma questo non è un lavoro vero, è un lavoro finto.

E, con la forza spiazzante e paziente delle sue argomentazioni bambine, mi ha spiegato che i veri mestieri sono raccogliere l’uva, fare il pane, fare il vigile. Confesso tutto il mio stupore davanti a tanto senso della realtà: come si fa a vivere di scrittura? Come si fa a vivere di parole? Mi sono sentita scrutata e indagata, e ho cercato di essere più concreta.

Guai, poi, a dire che a volte ciò che scrivo serve anche per la pubblicità. Si apre un circolo vizioso: la pubblicità non serve, la pubblicità dice le bugie, la pubblicità non si guarda. Non pensavo che sarei stata messa così a dura prova da un adorabile Tappo alle prese con i suoi primi ragionamenti.

Ormai anche la parola copywriter non è più un tabù. Dopo lo sdoganamento di tutti i termini connessi alle funzioni corporee e quant’altro grazie alle mirabolanti avventure vissute con un neonato, è diventata una passeggiata conversare di accessori per il bagno quando si tratta di lavoro. Ormai, io e i copriwater (sì, hai letto bene, e se ti è sfuggito rileggi ancora) siamo parte di una grande famiglia.

Allora, ancora una volta, ho riconosciuto chiaramente il confine che – tra amore e follia – attraverso ad occhi aperti ogni giorno, per credere in un sogno che pian piano si sta avverando.

Quindi ho chiamato il Pupo accanto a me e, con calma, gli ho rispiegato in un modo diverso. La mamma scrive perché a volte le persone hanno delle domande, non sanno le cose, cercano delle risposte, e qualcuno scrive per far trovare queste risposte. Gli ho detto che oggi tutti parlano, dicono cose, ma non tutti lo fanno o, meglio, non tutti possono farlo nel modo corretto, anche solo per mancanza di tempo. Se un negoziante vuole vendere i suoi oggetti, e anche tanti altri negozianti hanno gli stessi prodotti da vendere, come fa?

Gli ho detto che se tutti parlano insieme della stessa cosa alla fine nessuno riesce a sentire, quindi bisogna che ci sia una voce diversa, o tante voci diverse, anche piccole, che al momento giusto e nel posto giusto dicano la cosa giusta. C’è qualche persona che fa questo lavoro e, ad esempio, presta le sue parole al negoziante di prima. Così è il mio lavoro, è un lavoro vero, è il mio lavoro preferito perché lo adoro ed è la mia grande passione. E, come tutti gli altri lavori, deve essere in grado di darmi da mangiare.

Non so se sono riuscita a convincerlo del tutto, però non ha più detto, con sguardo preoccupato, che il mio è un lavoro finto. Anzi, adesso ci scherziamo su.

La scommessa vera è, ora, trasmettergli piano piano tutta la positività, tutto l’amore, tutto l’entusiasmo possibili perché anche da grande sappia sognare, cercare, inventarsi un lavoro, una vita, una storia dove camminare con i piedi sempre a cavallo tra terra e cielo, una storia che corrisponda il più possibile ai suoi desideri più belli.

Con questo finale in crescendo ti saluto e, se vuoi, ti invito ad approfondire meglio cosa faccio.

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Radici Visioni

Le mie radici, fuori e dentro il web

Noi siamo in tre, ma abbiamo una sola radice.

Proprio così mi ha detto il pargolo, descrivendomi i disegni appena terminati, cosa avvenuta – e da me prontamente registrata sul retro del foglio – il giorno 31 dicembre 2013. Sono ancora sufficientemente commossa a distanza di oltre un mese, quindi continuerò semplicemente a contemplare, in silenzio e senza fare null’altro, queste semplici pagine di carta.

Di radici avevo pensato di parlare in questo post, anche se con declinazioni differenti. Radici che da una parte mi tengono incollata ai supporti cartacei, che amo oltremisura, e che dall’altra parte mi spingono a cercare continuamente nuove mappe, nuovi percorsi, nuovi approdi nell’infinito web.

Nella rete ho disseminato appunti sparsi, allo stesso modo in cui – ovunque mi trovi – dissemino note sul retro degli scontrini, sulle mani, sui tovaglioli di carta e su qualsiasi superficie scrivibile, a patto che sia tascabile nelle mie proprie tasche.

Da queste radici, di origine molto tattile, sono nate le mie prime esperienze in rete. Ho aperto il mio primo blog nel 2006. Ora, con un pochino di riserbo, vi presento Notedibordo, nata per contenere immagini e testi e poi divenuta prevalentemente album di sole immagini. Gli aggiornamenti non sono frequentissimi ma è uno dei miei due taccuini web preferiti. Se avete il coraggio di sfogliarlo, troverete – soprattutto agli inizi – un misto tale di cose che, comunque, non avrei cuore di rinnegare.

Non contenta del primo danno fatto nel web, alcuni anni dopo – nel 2008ho aperto un secondo blog. Pensavo di scrivere solo testi, indipendenti dalle immagini, quindi ho provato. Righepiccole è il mio secondo taccuino on line preferito. Anche se i post sono distanziati tra loro e poco regolari, in questo blog ho lasciato le mie emozioni più grandi, lo sento molto vivo. I link esterni portano a blog a volte abbandonati, ma anche in questo caso, essendo il luogo di incontro con persone e storie, non posso cancellarli. Sarebbe come cancellarne il ricordo.

Ecco, adesso almeno un piccolo grazie devo esprimerlo. In questo post mi rivolgo simbolicamente a due persone, fra le tante altre straordinarie che ho incrociato, ho seguito e seguo, davvero capaci di danzare in rete.

Luisa Carrada è da sempre la mia guru professionale. Seguo il suo blog dal 2003, e in dieci anni compiuti non so dirvi quante cose ho imparato grazie ai suoi tantissimi e approfonditi articoli.

Alessandro Bonino – sappiatelo, periodicamente si autodefinisce così: sono una persona orribile, ma invece no – con i suoi post scanzonati che seguo dal 2004, con il suo entusiasmo sperimentatore e la sua capacità di essere presente ovunque nel web ai primordi dei social media, mi ha ispirato ad aprire il mio primo blog.

A margine ma non troppo, mi sembra ingiusto non ricostruire la grande costellazione di tante altre persone che negli anni ho incontrato nel web. Quindi poco per volta – post dopo post, a seconda dell’argomento, e se vorrete seguirmi – chissà, potrei farle conoscere anche a voi.

E a te, che abiti la rete, chiedo: quali sono le tue radici? Quali sono stati gli incontri più importanti per il tuo percorso personale e professionale?