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[link] Web content di Natale: come comunicare l’azienda sotto l’albero

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Come in un canto corale, ascolta ciò che ti sta intorno e continua a migliorare la tua voce. Con queste premesse, senza bisogno di urlare, sarai una piccola luce gradita nel Natale di chi già ti segue o di chi, per la prima volta, ti incontra nel web.

Ecco il mio post di Natale per KeliwebWeb content di Natale: come comunicare l’azienda sotto l’albero

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Educazione digitale: al via il corso-laboratorio di Rachele Zinzocchi

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Digital education: di che cosa si tratta, e perché serve? Sabato 17 dicembre, in TIMspace a Milano, Rachele Zinzocchi ha dato il via ad un nuovo percorso – un vero e proprio laboratorio in costruzione – per portare un cambiamento decisivo nel nostro modo di fruire della tecnologia e del digitale.

Formazione, interazione, comunicazione

Laboratorio di educazione digitale, che significa? In questo post vorrei raccontarvi almeno alcuni tra i punti salienti della prima giornata del corso organizzato da Rachele Zinzocchi.

Non è una trattazione esaustiva perché la giornata è stata davvero ricca e intensa e non è possibile riportare qui tutti i temi affrontati: ho preferito selezionare alcuni concetti essenziali e i valori alla base del percorso di formazione che le persone interessate potranno approfondire insieme agli esperti presenti, volta per volta, nelle prossime puntate del corso.

Un progetto collaborativo

Accanto a Rachele Zinzocchi sono intervenuti Lucia Pecora, Daniele Salvaggio, Pierluigi Vitale, Fabio Ferri, Andrea Trapani, Giovanni Corbetta: professionisti ed esperti che hanno interagito costantemente con il pubblico, sia nel fornire informazioni dettagliate, sia nel chiedere riscontro sulle pratiche quotidiane nell’uso degli strumenti disponibili in rete.

Come spettatrice e come mamma vorrei fare una menzione speciale: il team è stato affiancato da Tamara Maggi – finalmente ho potuto incontrarla di persona – una mamma d’eccezione che ha dato il suo supporto nella comunicazione dell’evento anche live mediante i social, e non solo.

Per costruire l’articolo mi sono servita dei miei appunti sparsi e ho preso spunto dal live tweeting realizzato in modo collaborativo dalle persone presenti all’incontro, che hanno twittato con gli hashtag #Educazione #Digitale, #EducazioneDigitale, #DigitalEducation, #Digital #Education.

I protagonisti della digital education siamo noi

La giornata ha avuto molteplici linee di sviluppo che si sono incrociate positivamente.

Un concetto chiave della giornata è stato quello della connessione necessaria e costante tra generazioni diverse: giovani e meno giovani, figli e genitori, ragazzi ed educatori possono imparare a vivere bene il digitale solo se riescono a interagire in modo positivo, con vantaggio reciproco.

L’educazione digitale è una forma di cultura che può svilupparsi solo se il dialogo tra generazioni diverse è continuo e costruttivo, solo se i più piccoli crescono insieme agli adulti, in un circuito virtuoso di scambio e conoscenza.

Il digitale utile, l’utile del digitale

L’educazione digitale è un tema utile per tutti, contemporaneo e trasversale, che interessa molti ruoli allo stesso tempo: dai genitori ai figli, dai giovani al mondo imprenditoriale, dagli operatori del settore digitale al mondo della scuola.

In proposito si è parlato in modo approfondito della necessità di una educazione civica digitale a partire dalla scuola secondaria di primo grado, ex scuola media.

Nell’ottica di un buon uso del digitale è stato illustrato un progetto teso a collegare il mondo della scuola alle opportunità offerte dall’utilizzo di un social come Facebook nel contesto didattico: uno spunto davvero interessante per conoscere meglio la piattaforma come strumento e per utilizzarlo in modo costruttivo.

Il digitale è uno strumento. Non è buono, e non è cattivo

La rete e le piattaforme digitali che usiamo ogni giorno non sono né buone né cattive. Per un professionista del web può sembrare una affermazione banale, ma è proprio qui il vero fulcro della materia per un uso consapevole di queste nostre appendici tecnologiche da parte di tutti noi, percepite particolarmente naturali dagli utenti più giovani, chiamati per questo nativi digitali.

La consapevolezza e la responsabilità che devono sottostare ad ogni gesto che compiamo on line è essenziale da una parte per vivere serenamente la rete e le sue dinamiche, e dall’altra per difenderci da situazioni pericolose che possono portare anche a perdere la vita, come accaduto in vicende di cui tutti abbiamo sentito parlare.

#StopWebViolence, troll e cyberbullismo: alcune buone pratiche da seguire

In concreto, una pratica sulla quale si è insistito molto durante la giornata-evento è stata quella di non pubblicare contenuti che ci presentino, solo per fare un esempio, in situazioni private, e di non pubblicarli nemmeno con una privacy limitata, perché una volta messi in circolazione possono sfuggire completamente al nostro controllo e generare una diffusione che non siamo più in grado di fermare, con conseguenze anche molto gravi se non bloccata per tempo.

A questo proposito potrebbe anche capitare che alcuni nostri contenuti – foto, ad esempio – siano scaricati e utilizzati da altri in modo improprio, anche se si tratta di materiali che ci presentano senza connotazioni negative.

Potrebbe succedere che una persona ci attacchi con pretesti vari e prosegua con insulti e atteggiamenti di grave prevaricazione.

In tali casi la prima cosa da fare è non dare alcun seguito alle persone che compiono queste azioni – don’t feed the troll – quindi bloccare subito questi profili e fare immediatamente uno o più screenshot da sottoporre nel tempo più breve possibile alla Polizia Postale.

Dati, sicurezza e tool utili per vivere meglio il digitale

In una fase di approfondimento tecnico si è parlato di dati, con particolare riferimento a WhatsApp e Telegram, app quest’ultima attualmente riconosciuta per la sua sicurezza. A titolo di esempio, a proposito di WhatsApp e della sua acquisizione da parte di Facebook, si è posto l’accento sulle clausole non per tutti chiare e spesso macchinose – che, di conseguenza, in pochissimi leggono – in riferimento all’uso dei nostri dati.

In linea molto generale, i nostri dati vengono raccolti e utilizzati dalle piattaforme di vario genere che ci offrono i loro servizi gratuiti, dai motori di ricerca ai social alle applicazioni di messaggistica: vengono organizzati per profilare gli utenti e, ad esempio, per mostrare annunci pubblicitari mirati.

Tra i vari tool utili presentati uno in particolare mi ha colpito. Per illustrare come è possibile recuperare in modo molto semplice tutto ciò che pubblichiamo è stato mostrato uno strumento in grado di individuare in un solo clic tutte le tipologie di contenuti pubblici inserite da un profilo personale qualsiasi in Facebook.

Ciò non è stato fatto per generare inquietudine fine a se stessa – sulla quale si è anche scherzato durante il corso – ma per confermare ancora una volta che solo la consapevolezza del digitale come insieme di strumenti, la conoscenza delle dinamiche che governano le azioni on line e la responsabilità con cui compiamo ogni nostro gesto in rete possono contribuire a rendere l’universo digitale un mondo migliore in cui abitare, da armonizzare con la nostra vita off line.

Conclusioni

Spero di avervi dato con questo post almeno un cenno dell’importanza e della ricchezza dei temi affrontati durante la giornata del 17 dicembre.

L’attenzione è stata puntata sulla formazione degli adulti, perché i giovani possano vivere al meglio, insieme a loro, il digitale in cui sono nati, e sull’idea di laboratorio permanente come strumento per una formazione di valore.

Questo post non è esaustivo e non potrebbe esserlo: per prima cosa ti consiglio di seguire Rachele Zinzocchi e le prossime puntate del suo corso-laboratorio. Se desideri aggiungere a questo post informazioni più complete e dettagli approfonditi ti invito a farlo – è essenziale per la crescita di tutti – nei commenti qui sotto. 

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Prospettive Visioni

[link] Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini

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Oggi sono ospite di Keliweb, che mi ha intervistata. Ringrazio di cuore Vincenzo Abate e il suo staff per la bella opportunità che mi hanno offerto. Ed ecco a voi cosa ne è uscito… Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini.

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[link] Copywriting e relazioni: dal tempo della carta al tempo dei social

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Oggi non posto qui, ma sono onoratissima ospite di Roberto Gerosa su SocialDaily con l’articolo Copywriting e relazioni: dal tempo della carta al tempo dei social. Enjoy! 🙂

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Prospettive Radici Visioni

Vedere in bianco e nero, scrivere a colori

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Parole e immagini, testi e fotografia: è utile creare una connessione tra il mondo della scrittura e il mondo della visione?

Premessa

Qui non si parla di come costruire i post, ma di un approccio di base. Per i preziosissimi seguaci di questo blog non è più un segreto che nel mio percorso siano accostate le due dimensioni, parola e immagine.

Di conseguenza sin dall’inizio ho scelto di inserire nel blog, con una buona dose di trepidazione, solamente fotografie scattate da me. Se anche questa volta sei coraggioso e paziente e vuoi leggermi fino in fondo, provo a raccontarti come agisce sulla mia attività di scrivente-occhialuta la mia passione di vedente-con-obiettivo.

Ti lascio una riflessione emozionale sulla mia esperienza fotografica in bianco e nero correlata alla scrittura. In ordine sparso troverai anche: una piccola nota sull’uso del colore, un grazie diffuso, uno sconfinamento nella tua vita personale senza chiedere permesso, una lacrimuccia finale.

Vedere ciò che non si vede

Fotografare in bianco e nero è faticoso. Vedere in bianco e nero è un percorso di estrazione di segnali, di indizi, di elementi per dare rilievo alle suggestioni e alle emozioni che provengono dalla realtà, anche quella più comune e quotidiana. Vedere in bianco e nero è, paradossalmente, un modo per riscoprire ciò che non si vede dandogli una visibilità nuova, facendo leva proprio sulla mancanza di quell’elemento così importante che è il colore. Vedere in bianco e nero è come colorare senza colore. Vedere in bianco e nero è come svelare i segreti che si nascondono dietro al colore.

Per questo, a volte, penso che fotografare a colori – pratica che amo allo stesso modo – sia molto più faticoso rispetto al fotografare in bianco e nero.

Il bianco e nero toglie subito ogni distrazione e, se vogliamo, ci trasporta immediatamente sotto la pelle del mondo che vediamo, in una dimensione che percepiamo subito essere diversa ma ancora in grado di raccontare. Basta pensare, per fare un esempio alla portata di tutti, alla sensazione di lontananza-vicinanza che proviamo di fronte ai vecchi fotoritratti di famiglia in bianco e nero, tralasciando il fatto se siano stati scattati o meno da un occhio creativo.

Colore & bianco e nero a confronto

Rispetto al bianco e nero, per quanto mi riguarda fotografare a colori richiede un discernimento ancora maggiore perché, seppur colorata, la fotografia non è – mai, né a colori né in bianco e nero – una pura e semplice ripetizione o trasposizione oggettiva del reale. Quindi la mia percezione è che, fotografando a colori, il lavoro di astrazione necessario debba ulteriormente crescere.

Detto ciò, torno alla fotografia in bianco e nero e alla continua riscoperta che ne sperimento. Non riesco, neppure sforzandomi, a definire la fotografia in bianco e nero come una cosa vecchia. Anzi, mi sembra che il bianco e nero offra la possibilità di un approccio sempre nuovo, diverso, laterale, parallelo o profondo, a seconda dei casi. Un approccio che non è mai scontato, un approccio necessariamente parziale perché corrisponde ad uno sguardo e ad una emozione da esprimere e condividere, un approccio che intuisce una potenzialità: dare ad ogni scatto una interpretazione nuova della realtà.

Nella mia esperienza fotografare in bianco e nero è un processo di riconoscimento, selezione, tessitura, composizione che assomiglia alla creazione – ma preferirei dire alla invenzione, nel suo significato di ritrovamento – di un testo.

Ciò che conta è il nostro approccio alla realtà

Partiamo dalla fine del processo. Nessun testo, breve o lungo, nasce all’improvviso. Può essere scritto di getto, accade certamente e in sé non è un male. Nel migliore dei casi, però, ciò accade solo alla fine di un lungo percorso preparatorio – fatto di sedimentare, decantare, distillare – che conduce lo sguardo, la mente, il cuore a  individuare e soprattutto a connettere le immagini, le suggestioni, le emozioni principali che costituiranno l’anima del discorso.

Quando l’attenzione che poniamo alla realtà è desta, curiosa e consapevole, gli elementi che ci interessano possono riemergere da un momento all’altro e dai contesti più vari che abbiamo precedentemente vissuto, percepito, assimilato, amato: dalla vita di ogni giorno, dalla letteratura, dall’arte, dalla natura.

Questo percorso, che è una premessa utile allo svolgersi del processo creativo, non nasce dal nulla ma da tracce che ognuno di noi può cogliere in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento della vita. Ciò che fa la differenza è il nostro approccio alla realtà, la voglia di guardarla da punti di vista sempre nuovi in grado di rivelarci prospettive impreviste.

Scrivere significa ritrovare

Concludo con un parallelo che proviene dalla mia esperienza, è un tirare le fila più o meno condivisibile e forse anche più o meno comprensibile, ma questo me lo dirai tu che con coraggio e pazienza prosegui nella lettura.

Come la redazione di un testo – più o meno emozionale a seconda dei casi, ma il processo creativo per me non cambia – ricava qui ed ora la propria sostanza dal mio vissuto personale accumulato amorevolmente negli anni, e man mano che si sviluppa è in grado di far ri-emergere ritagli di vita, emozioni, sensazioni, alla unica condizione di aver dato loro valore e peso nel mio spazio-tempo passato, così la fotografia in bianco e nero è in grado di ri-mostrarmi qui ed ora anche ciò che adesso non si vede: un ricordo dimenticato, un luogo somigliante, una sensazione già provata, perché nel tempo li ho amati, elaborati, resi parte di me. Ciò significa ri-vivere, ri-trovare, ri-conoscere.

Guarda in bianco e nero, vivi (e scrivi) a colori!

Tutto ciò per dirti con quanto amore e dedizione arrivo a confezionare un testo, breve o lungo che sia. Per me è la soddisfazione più grande, e ti spiego perché. Ci metto dentro ciò che di meglio la vita mi ha offerto e mi offre. Si tratta di una scelta non sempre facile, che mi costringe ad affrontare tutto con positività.

A volte è una vera e propria scommessa. Cose da pazzi in un mondo folle. Per questo sono grata al mio ex capo, di cui taccio qui i difetti, ma così splendidamente tenace e visionario – se mi sta leggendo lo saluto in diretta. Sono grata a chi mi ha insegnato molto, anche senza saperlo. Sono grata ad un mestiere in grado di darmi ogni giorno qualcosa di importante. Ho volutamente sorvolato qui sugli aspetti strettamente tecnici per raccontarti la parte più emozionale, forse più intima e unica del mio lavoro.

Ora che sta per scenderti (forse) la famosa lacrimuccia, mi intrufolo nella tua vita e ti faccio una proposta: prova a vedere in bianco e nero ciò che ti circonda. Cerca chiarezza e senso nella complessità, non farti distrarre. Less is more: seleziona ciò che è davvero importante per te e costruisci su quella base il tuo percorso, che – se vorrai – da personale potrà diventare un’avventura professionale. Guarda in bianco e nero, vivi a colori!

Ora tocca a te

Ti è piaciuta questa riflessione? L’hai trovata comprensibile? Aiutami a migliorarla, lascia qui sotto il tuo commento. Grazie!

Leggi anche

Approfondisci il tema da una diversa prospettiva: Tra parole e immagini. Contrappunti

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Prospettive

Facebook: scegli di vedere i contenuti che vuoi tu, non quelli che vuole lui

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Per te che leggi: nota del 2026. Questo articolo del 2016 è diventato storico, ormai è un documento del passato. Sono cambiate talmente tante cose che lo lascerei così, come testimonianza del tempo che fu. Tu cosa faresti?

Per te Facebook è un groviglio da sfoltire?

Ti sei mai chiesto cosa puoi fare perché le notizie che visualizzi su Facebook vadano un pochino oltre i saluti del mattino, del pomeriggio, della sera e della notte, caffettini, gattini e cuoricini?

Se te lo sei chiesto almeno una volta, ti indico qualche piccolo passo da compiere per far sì che Facebook ti mostri quello che vuoi tu, e non quello che vuole lui?

Seleziona i contenuti per la tua home di Facebook

In questo post vorrei condividere con te due pratiche davvero semplici ma utilissime che, per quanto mi riguarda, hanno reso molto soddisfacente l’utilizzo di Facebook per reperire informazioni e notizie o, più in generale, per seguire i contatti e gli ambiti che mi interessano maggiormente sul piano sia personale sia professionale.

Se ancora non le usi, ti illustro le opzioni che inizieranno a trasformare il tuo modo di utilizzare Facebook: Mostra per primi e Notifiche.

L’uso di queste opzioni rende un po’ meno imperante il famoso algoritmo di Facebook, almeno finché il social blu non rimescolerà nuovamente le carte, e allora ne riparleremo!

Mostra per primi

L’opzione Mostra per primi è attivabile sia per le fan page, sia per i profili personali.

Nella versione Facebook per desktop apri la pagina fan che ti interessa. Se non avessi ancora messo Mi piace mettilo e, una volta fatto, puoi selezionare l’opzione Mostra per primi all’interno del menu che compare cliccando sul pulsante Mi piace.

Sempre nella versione per desktop, sia per i profili personali che sono nostri amici, sia per i profili personali che desideriamo semplicemente seguire, è possibile scegliere l’opzione Mostra per primi che si trova cliccando rispettivamente sul pulsante Amici Segui già.

Nella versione per dispositivo mobile cambia lievemente l’impostazione grafica: per le pagine fan dovrai interagire con l’icona Segui già e una volta selezionata l’opzione Mostra per primi verrà visualizzata una stellina. In modo analogo potrà essere attivata l’opzione per i profili personali.

Attivando l’opzione Mostra per primi troverai nella tua sezione notizie, il news feed, tutti i contenuti che hai prescelto e solo a seguire visualizzerai i rimanenti.

Notifiche

Premetto che questa opzione attualmente è attivabile solo per le pagine fan.

Se ti capitasse di aver superato il numero di Mostra per primi consentito (non chiedermi quanti sono, ovviamente io li ho già superati, ma a dire il vero non li ho ancora contati né ho cercato tramite Google questo numero) puoi decidere sia di rivedere le pagine a cui hai dato la precedenza, sia di utilizzare, in alternativa, le Notifiche.

Per attivare l’opzione è sufficiente interagire con l’icona Segui già / Pagina seguita nelle fan page che ti interessano e cliccare all’interno del menu che si apre.

Sia versione Facebook per desktop sia in quella per mobile è possibile scegliere la tipologia di contenuto per cui desideri ricevere la notifica.

Conclusioni

Per quanto concerne la mia esperienza e l’efficacia che sperimento, preferisco utilizzare i Mostra per primi invece delle Notifiche, perché non devo tutte le volte cliccare ulteriormente da altre parti e ricevo subito tutto nel mio news feed con maggiore completezza.

Le Notifiche sono più scarne e non subito comprendo di che cosa trattano i rispettivi contenuti, di conseguenza spesso mi è necessario cliccare sulla notifica per capirlo e lo faccio solamente se la pagina fan è per me davvero fondamentale. Si tratta comunque di un bel modo per non perdere aggiornamenti importanti.

Spero di esserti stata utile e ti ringrazio per aver letto fin qui. E tu, come organizzi il tuo feed di Facebook? Vuoi suggerirmi un altro modo per non perdere le notizie interessanti? Scrivilo qui sotto nei commenti.

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Prospettive

Self publishing, un mondo da (ri)scoprire?

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Mi autopubblico o non mi autopubblico? Questo è il dilemma. Prendo spunto da una chiaccherata con un’amica per approfondire con voi il tema del self publishing.

Racconti in cerca di un editore (forse)

Di recente un’amica mi ha chiesto indicazioni per pubblicare in autonomia alcuni racconti in un piccolo libro oppure in un ebook. Le ho suggerito qualche strada percorribile – mettendo un attimo da parte la possibilità di crearsi un bel pdf – e le ho accennato di self publishing, con la premessa che sono una grandissima e incorreggibile curiosa ma che non sono affatto un’esperta del settore.

E allora, mi direte voi, che cosa vieni a raccontarci oggi?

Di scintille e di altre storie

Vi spiego subito. Quando non conosco bene una cosa, ma questa stessa cosa mi lancia dei segnali del tipo «Ehi sono qui, con me potresti fare questo e questo e quest’altro, magari non proprio domani ma tra qualche anno, interessante vero?» il mio cervello comincia a lavorarci senza chiedere il permesso e mi fa capire che devo – subito o prima di subito – approfondire la questione.

Per questo motivo ho deciso di riprendere qui sul blog il filo del discorso avviato con la mia amica e di stendere una piccola riflessione sul mondo del self publishing, condividendo quello che di nuovo ho scoperto e che probabilmente alcuni di voi conoscono in tutto o in parte. Non è una trattazione esaustiva – non potrebbe esserla – e anzi chiedo a voi di condividere nei commenti le vostre esperienze in merito.

Autopubblicazione: che cosa significa

L’idea che mi sono fatta è più o meno questa. Innanzitutto, da diversi anni si sente parlare della procedura di self publishing, detta altrimenti autopubblicazione, e da subito si sono contrapposti gli schieramenti a favore o contro, in un contesto estremamente complesso – che qui non è funzionale analizzare – in cui l’editoria tradizionale ha mostrato, detto molto in sintesi, tanti segni della necessità di evolversi.

Estrapolo alcune indicazioni che ho trovato interessanti in un articolo de Il Post di gennaio, che vi linko appena sotto:

Il self-publishing è esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. Quando, subito dopo, gli eBook auto-pubblicati hanno cominciato a fare numeri importanti nei mercati di lingua inglese, i grandi editori se ne sono accorti e ci si sono buttati. Quella fase sembra terminata, anche in Italia.

Sempre a proposito di self publishing:

La sua vera novità consiste nel fatto che l’autore non divide i diritti con un editore, ma segue il libro in tutte le sue fasi, dalla scrittura alla scelta di titolo e copertina, decidendo se tradurlo e in quali lingue, come distribuirlo, pubblicizzarlo e venderlo. Al momento riguarda quasi esclusivamente il digitale, ma presto potrebbe cambiare anche il modo di fare libri di carta, i cui costi stanno rapidamente calando.

Fonte: Tutto sul self-publishing, Il Post, 11 gennaio 2016

Ciò significa – e qui vedo il maggiore interesse – che, paradossalmente, per creare un’opera autopubblicata occorra una professionalità di alto livello e non il suo contrario, e che sia necessaria una mole di lavoro affine – pur se non identico – a quella occorrente per un’opera di editoria tradizionale.

Self publishing, i contro che diventano pro

A questo proposito passerei ad analizzare i contro, ben espressi da Daniele Imperi nel suo post, incentrati soprattutto sulla necessità di svolgere un lavoro professionale in particolare a livello di qualità del testo. Vi inserisco un estratto e subito sotto il link al post:

Negli ultimi tempi gli autori che abbandonano le speranze di essere pubblicati da una casa editrice sono aumentati. In alcuni casi si dedicano al self-publishing anche autori che neanche hanno provato a farsi pubblicare da un editore: semplicemente hanno pensato che essere autori indipendenti fosse la soluzione giusta.

Fonte: Errori che continuo a vedere nel self-publishing, Daniele Imperi, 23 marzo 2016

Inutile dirvi che la mia immaginazione ha la meglio e corre a mille: in tutti questi no – che condivido concettualmente – io intravedo dei sì e delle opportunità da tenere in considerazione.

Quindi chiedo: vale la pena caricarsi di tanto lavoro per un prodotto di self publishing, a costi più o meno elevati, non solo in termini economici ma anche in termini di tempo investito?

Un lavoro professionale

Certamente non è necessario partire con un’opera in tredici volumi o con un’enciclopedia universale, ma non è questo il problema principale. Ciò che conta è voler fare un lavoro serio, professionale, anche molto piccolo ma estremamente curato sotto ogni aspetto, dalla progettazione alla distribuzione.

A questo proposito, sempre Daniele Imperi indica con molta lucidità, in un post di circa un anno fa, ciò che può offrire una casa editrice e ciò che il mondo del self publishing generalmente non garantisce. Ecco l’estratto e, a seguire, il link di riferimento:

Chi decide di pubblicare in self-publishing deve rimboccarsi quelle maniche, tirarle bene su e prepararsi a un lavoro differente e maggiore. Quanti autori hanno il tempo e anche la voglia di dedicarsi alla propria opera dal punto di vista editoriale?

Lo scrittore medio si dedica al suo libro dal solo lato artistico, letterario. Quello, poi, che gli compete. Ma, autopubblicando un libro, bisogna trasformarsi in editori di se stessi. E questo richiede impegno, un impegno che non tutti gli autori sono in grado, per mille motivi, di prendere.

Fonte: 7 motivi per non scegliere il self-publishing, Daniele Imperi, 12 maggio 2015

Detto ciò, la partita per la scelta tra il sì e il no rimane aperta su tutti i fronti.

I principali servizi di self publishing

Per completare il quadro ho cercato informazioni più precise su una strada effettivamente percorribile per una persona che voglia fare della scrittura di libri il suo lavoro, e ho trovato un elenco davvero molto ricco e approfondito dei principali servizi di self publishing nazionali e internazionali, collocato all’interno di un portale curato da un professionista esperto proprio in questo campo. Trovate anche consigli per non cadere in truffe o più in generale per declinare richieste non giustificate. Ecco un estratto e poi il link alla pagina:

Sempre più persone si stanno interessando al self publishing. Molte di loro, però, girano la Rete alla ricerca di notizie per poi imbattersi in improbi articoli redatti da chi, i servizi di self publishing, non li ha mai visti nemmeno in penombra.

Per questo ho deciso di redigere questa sorta di guida: in modo che chiunque possa farsi un’idea di cosa caratterizzi un servizio di self publishing e di quali siano i servizi più affidabili, nel Bel Paese e all’estero. Perché scrivere per il Web e sul Web si sta trasformando, sempre più, in un vero e proprio lavoro in grado di produrre guadagni importanti.

Fonte: I migliori servizi italiani e stranieri di self publishing, Roberto Tartaglia

Personalmente, sia per i libri in cartaceo sia per gli ebook, avevo sentito parlare di Lulu e di pochi altri. Ho approfondito la ricerca e ho appreso che ad esempio attraverso Lulu – ma non solo – è possibile vendere i propri libri sulle principali piattaforme on line, una volta valutati molto bene le condizioni e i costi necessari.

Giungo alle conclusioni. Alla luce delle informazioni che ho reperito e dell’interesse che suscita in me il settore dell’autopubblicazione, ritengo che la scelta di pubblicare un libro in modalità self publishing dipenda in primo luogo dalla tipologia e dalla qualità dello scritto.

Autopubblicazione: uno strumento da valutare?

A seguire andranno valutati gli obiettivi del lavoro, tra cui l’uso che se ne vuole fare, e qui per chiarezza indico due estremi che si trovano su una linea di possibilità quasi infinite: si va dal regalo per pochi (clienti, familiari) fino alla scelta della massima diffusione, attuabile quest’ultima sia nella modalità libro cartaceo e/o ebook gratuito (in tal caso potrebbe essere una risorsa per siti web) sia nella modalità a pagamento se si opta per un approccio di tipo imprenditoriale.

Che dite, il self publishing potrebbe essere uno strumento da prendere in considerazione sia per gli aspiranti scrittori, sia per progetti differenti?

Se l’articolo vi ha interessato ditemelo nei commenti e condividetelo dove preferite. Se volete raccontare la vostra esperienza e il vostro punto di vista vi aspetto qui sotto. Grazie!
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Prospettive Visioni

Di storie, di respiri e di consapevolezza

Raccontare per lavoro a volte lascia poco spazio per sé.

In questo blog – svolazzante sulla mia vita come un leggerissimo abito estivo – cerco di trovare quel respiro capace di far volare più in alto le storie che scrivo per dare voce a chi produce, offre servizi, aggiusta, vende: le storie di chi vive del proprio lavoro, delle proprie fatiche e delle proprie passioni.

Trovare uno dopo l’altro i momenti di consapevolezza e di concentrazione necessari non è sempre facile. E non si tratta di inventare nulla.

Questa mattina, tra il sonno e la veglia, ho avuto la conferma di una possibile strada da percorrere.

I momenti belli della vita, le parole che ricordi da sempre, i bagliori di umanità presenti in ogni storia sono piccole luci che appaiono e scompaiono: bisogna saperle vedere e coglierle al volo, portarsele dentro senza dimenticarle.

Ciò che conta sono minuscole scintille di calore, sono gli ultimi raggi di sole al crepuscolo su una collina già velata dal buio.

Tieni orecchie, occhi e cuore bene aperti, e respira: c’è ancora vita, se ci sono ancora storie belle, e ti assicuro che ce ne sono tantissime. Prima da ascoltare, e poi da raccontare.

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Fili di Voce Scritta

Il mattino ha il post in bocca

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Se il mattino ha l’oro in bocca, per me quell’oro è tempo e pane. Una parte di quel tempo diventa linfa nuova per i miei post. Dopo mesi di assenza – in cui la famiglia è magicamente passata da tre a quattro componenti – torno cautamente a tessere il tempo d’oro dei post. O almeno, da blogger atipica, ci riprovo.

Il tempo per fare questo pane è stato catturato con piena coscienza del potere salvifico che hanno le cose inutili e belle. Ma l’essenziale a volte diventa visibile agli occhi: quando il tempo trascorso con mio figlio diventa pane, la vita ha ancora senso e l’anima prende il volo.

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Prospettive Visioni

Tra parole e immagini. Contrappunti

Tra parole e immagini. Contrappunti - Nuovicontesti

Un mio tratto distintivo è quello di vivere per contrappunti. Una necessità vitale, quasi dettata dall’istinto e che razionalizzo a intervalli di tempo, all’occorrenza.

Per dare valore, peso e sostanza alle parole, materia prima del mio fare, ho bisogno di staccarmi da loro attraverso le immagini.

Per dare senso, nuove prospettive e aria fresca allo sguardo, mi allontano momentaneamente dalla fotografia quando percepisco che sta diventando una abitudine, un calco, una ripetizione.

Ho aperto un blog – questo – che non è il primo della mia vita on line, ma che ne è il filo conduttore. Sono una blogger atipica perché sempre più spesso lo utilizzo per rispecchiare la dimensione che potrei chiamare laterale – ma per me così importante – del mio lavoro.

Lo stile dei miei post non è mai stato e non sarà mai uguale. Dagli appunti operativi alle ispirazioni d’immagine, questo è il luogo dove si spandono le tracce di profumi sempre nuovi. Per me questa infinita possibilità, speranza, apertura è vita allo stato puro.

Non posto da Pasqua, ma quello spazio apparentemente rimasto vuoto è stato in realtà colmo di vita.

Ho bisogno di un varco sempre aperto da cui filtri costantemente uno spiraglio di luce.

Ho bisogno di una continuità solida ma fluida, capace di portare ogni giorno nuova linfa alle mie mani e ai miei pensieri.