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Uno, nessuno e centomila modi di essere nel web

Uno, nessuno e centomila modi di essere nel web

Ultimamente – no, in realtà da sempre – amo le domande esistenziali, abbiate pazienza.

Questo post non sarà in ogni caso esaustivo, anzi. Come tutto quello che scrivo qui. Se volete, fateci un pensiero sopra.

Chi siamo?

Veniamo al punto. Di questi tempi la nostra identità off line va sempre più a completarsi e infine a coincidere con la nostra identità on line, che lo vogliamo o no. Il fatto di usare il nostro vero nome al posto di un nick ci apre nuove prospettive, nuove connessioni e nuove relazioni, ma ci pone anche di fronte a nuove scelte di responsabilità.

L’identità on line non è affatto virtuale, è ben altrettanto reale rispetto all’identità off line, e il comportamento che teniamo nel web è soggetto a regole talvolta sottovalutate ma di assoluta importanza per una buona vita nella dimensione digitale.

Social web e relazioni

Vi porto un piccolo esempio tratto dalla mia esperienza. Da quando frequento il social web con una certa consapevolezza, le mie relazioni interpersonali sono diventate più ricche ed intense.

Se incontro fisicamente una persona dopo tanto tempo in cui non ci siamo viste, ma se nel periodo intercorso abbiamo continuato a comunicare, dialogare, condividere tramite i social, ho la netta percezione che il nostro rapporto nel frattempo sia realmente cresciuto proprio grazie allo scambio on line di pezzetti di vita, di emozioni, di momenti, di riflessioni.

Si tratta di relazioni sia professionali sia di amicizia, che hanno entrambe una radice comune nel web, essendovi confluite o – in alcune circostanze – nate.

Personal branding

Restringendo il tema al contesto professionale, che talvolta con sorpresa non è privo di risvolti amicali, a questo punto è d’obbligo anche solo citare il tema trasversale del personal branding, in particolare on line, che naturalmente si rivolge non solo ai professionisti del web ma a chiunque svolge un lavoro, ha relazioni con clienti e fornitori, instaura collaborazioni e rapporti di fiducia con altre persone, siano essi il titolare d’azienda oppure il docente universitario.

Pronto, chi parla?

A corollario, come le persone devono imparare letteralmente a mettere nel web la propria faccia, anche le aziende devono imparare a parlare nel web come aziende fatte di persone: per far questo non basta sospendere i profili personali e sostituirli con le pagine dedicate alle aziende utilizzabili nei vari social, ma occorre una formazione costante – o almeno una consulenza seria e approfondita – rivolta al personale che deve occuparsene, se non si tratta di professionisti del web. Inutile dire che anche i professionisti del web necessitano di una formazione permanente.

Cosa, come, perché

Tornando alle persone, l’esigenza primaria è quindi cercare di definire – e di conseguenza unificare – la nostra vera identità personale e professionale. Per questo dobbiamo chiarire bene a noi stessi:

1. cosa sappiamo fare
2. come lo facciamo
3. perché vale la pena scegliere noi.

Un curriculum vitae diffuso

Non si tratta di creare solo un elenco di competenze, ma di esprimere la parte più appassionata, profonda e interessante della nostra personalità: un vero e proprio lavoro che ha l’ulteriore vantaggio di farci crescere in consapevolezza.

Per non sbagliare dobbiamo tenere sempre in mente le tre chiavi indicate qui sopra ogni volta che condividiamo pubblicamente dei contenuti. Dobbiamo pensare che tutto ciò che postiamo costituisce una sorta di curriculum vitae diffuso. In questo modo potremo presentarci bene in tutti i nostri profili social, che non devono essere tanti, anzi meglio se sono pochi, aggiornati e ricchi di informazioni.

Postilla. I miei sconfinamenti

Ed ecco il momento dello sconfinamento. Vi lascio con una suggestione che appartiene al mio vissuto. In circostanze particolari, e quando ho la possibilità di investire un certo tempo, amo il fatto di poter stendere un post prima su carta – in tutte le forme: mappa concettuale, appunti, pensieri sparsi, pensieri argomentati – per poi riportarlo, in un secondo momento, nel mio blog.

Questa continuità tra off line e on line a me fa bene e mi serve perché dà ulteriore concretezza ai miei pensieri e a ciò che realizzo. Probabilmente per me è un bisogno, e di certo è uno dei modi per offrire connessioni sempre nuove alla mia vita nel web.

Ora tocca a te

E voi, che ne pensate?

Quante identità avete inventato nel corso della vostra vita in rete? In che modo esprimete la vostra personalità nel web? Quali strumenti social utilizzate? Come utilizzate i social durante la giornata di lavoro?

Buona riflessione e buon lavoro, a presto!

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Prospettive Visioni

Posti per scrivere. La scrittura con la vita intorno

Posti per scrivere. La scrittura con la vita intorno - Nuovicontesti

Sei un aspirante scrittore? Questo è un post scomodo, ti avverto.

Ti aspetti forse un bell’elenco comodo comodo, con qualche utile e semplice consiglio per scrivere bene nei posti giusti?

Un post spettinato, come me

Credevo di dover scrivere un post ordinato, diligente e preciso sui luoghi e sui modi dello scrivere e poi, invece, tutto quello – o meglio, qualcosa di quello – che c’è intorno alla scrittura e al mondo dei contenuti mi è venuto incontro, arruffando ogni cosa, come al solito… e come piace tantissimo a me.

Scrivere e condividere contenuti, soprattutto online, è un’attività che oggi richiede grande attenzione e grande coscienza a tutti, non solo a chi lo fa per lavoro.

Ti parlerò dei posti per scrivere, ma cambiando prospettiva. Ho provato a guardare il mondo da altri punti di vista, che appaiono smontati, ma in realtà sono tutti interconnessi.

Quindi ho individuato in bozza – e in modo assolutamente parziale, chi mi aiuta? – alcuni spunti esplorativi e piccoli esercizi di consapevolezza grazie ai quali le tue prospettive in qualche modo troveranno – lo auguro a te, come ogni giorno a me stessa – nuovo calore e nuova linfa, proprio come quelle foglioline attraversate dal sole che ho messo in foto e che fanno tanto desiderare la primavera.

E ora diamo inizio alle danze.

Prospettiva 1: il mondo visto attraverso Facebook

L’onnipresente Facebook – per scelta esaminerò solo questo social, anche se non è certo l’unico, e forse nemmeno il mio preferito – è il social media attualmente più diffuso, tanto che per alcuni “è” ancora il web.

Sempre più utilizzato dalle aziende non solo per ragioni di marketing ma anche, ad esempio – oltre a Linkedin e a Twitter, per nominare solo alcuni – per la ricerca di candidati e risorse umane, non è una dimensione parallela ma è un mondo del tutto integrato con la vita di ogni giorno.

Va frequentato come frequenteresti non solo una piazza, ma la piazza di una grande metropoli dove potresti incontrare sia il tuo attuale datore di lavoro, sia il datore di lavoro che avevi sempre sognato e che – ora, in questo momento – ti sta cercando. Comportati di conseguenza.

Prospettiva 2: il mondo visto attraverso i testi

Prova a fare un esercizio. Confronta consapevolmente, ogni volta che ne hai l’occasione, la lettura di contenuti brevi a letture lente, entrambe sia online sia offline. Per quanto riguarda le letture brevi, allenati a trovare i testi più efficaci senza perdere di vista la centralità del contenuto.

Testi incisivi e di impatto possono essere utilizzati – senza urlare e senza voler stupire a tutti i costi – per le descrizioni e i titoli da inserire nel curriculum, nell’oggetto delle comunicazioni e-mail, nei messaggi brevi – ma non per questo meno meditati – su WhatsApp.

Testi lunghi e argomentativi richiedono tempo per essere letti, ma sono la base per arricchire il mondo delle nostre parole e non solo. Non linkiamo mai un contenuto solo perché il titolo – o l’immagine, ma qui passiamo al punto 3 – ci ha catturato.

Prima di condividere andiamo a leggere bene la pagina linkata, approfondiamo e non accontentiamoci mai di una fonte sola, verifichiamo le notizie e la loro attualità, ad esempio cominciamo a cercare la data di pubblicazione.

Prospettiva 3: il mondo visto attraverso le (tue) immagini

Prova ad osservare il flusso continuo di immagini che scorrono online. In questo paragrafetto mi limiterò alle foto che ritraggono te, cioè solo un tassello microscopico di un capitolo infinito. Le immagini sono un osservatorio da cui guardare, per esempio, te e il tuo mondo. Le immagini raccontano chi sei, anche alle persone che non ti conoscono.

Vale sempre il discorso della grande piazza metropolitana. Vorresti che il tuo futuro e agognato datore di lavoro ti incontrasse per la prima volta in costume da bagno mentre ti scoli una mega birra?

La birra e il costume ci stanno benissimo, basta collocarli nel contesto giusto: queste immagini sono da inserire nelle foto condivise con i tuoi amici, ma non nei post pubblici o – peggio – nella tua foto profilo pubblica.

Prospettiva 4: il mondo visto attraverso la finestra

Che tempo fa oggi? Nevica? C’è il sole? Non dirmi che hai già visto il meteo sul web, metti il naso fuori dalla finestra e poi potrai rispondermi.

Ti devo spiegare perché ogni tanto fa bene alzarti dalla sedia, staccare per un attimo i pensieri e gli occhi da ciò che stai facendo e, per esempio, fare un minimo di movimento?

Ecco, per favore, dillo anche a me, che lo dimentico spesso! Ti auguro una pausa piacevole, magari con un buon caffè o con ciò che preferisci.

Prospettiva 5: il mondo visto attraverso lo schermo

Lo schermo è diventato il nostro compagno più assiduo oltre che, ogni giorno di più, indispensabile sia per il lavoro sia per la vita sociale.

Ognuno di noi, inoltre, fruisce di un numero variabile di schermi. In tutti i suoi formati, lo schermo è quasi uno specchio – per lo più portatile – che riflette la vita nostra e delle persone con cui siamo costantemente connessi.

Trascorriamo sempre più tempo con gli occhi sullo schermo: un esercizio potrebbe essere quello di limitarne l’uso allo stretto necessario e di scegliere solo le app e i social che vi sono davvero utili nella vita reale e corrispondono al nostro modo di essere.

Non occorre essere iscritti a tanti media se poi non abbiamo il tempo oggettivo di parteciparvi con una certa regolarità, ma soprattutto con una presenza di qualità.

L’esercizio potrebbe dunque essere: sfoltisci i tuoi media, e su questi dai il meglio di te, esattamente come faresti nella vita offline. Ma per questo argomento ti invito a leggere il prossimo punto.

Prospettiva 6: il mondo visto attraverso di te

Online e offline sono oggi inscindibili, per tutti. Online e offline devono avere una sola radice comune: te stesso, la tua personalità, il tuo modo di essere, la tua “voce”.

Difficilmente una persona educata e gentile offline sarà di proposito maleducata online.

Una tra le difficoltà delle comunicazioni online sta però, ad esempio, nel fatto di nascondere, in tutto o in parte, la comunicazione non verbale, quindi il rischio di fraintendimenti cresce, e anche una persona generalmente educata dovrà riflettere bene prima di postare, trasmettere o condividere certi tipi di contenuti.

Anche in questo caso, l’invito è a fare costantemente – me compresa – un esercizio di consapevolezza su ogni dato e contenuto che mettiamo in circolazione.

Abbiamo a disposizione strumenti eccezionali e utili, divertenti e potentissimi: allo stesso tempo occorre tanta coscienza in più, occorre una vera e propria educazione. Penso qui alla fascia dei più giovani, tema su cui non apro un’altra infinita parentesi, e lascio la parola a te.

Postilla. Pensa che non prevedevo un post lunghissimo, ma questa volta – povero te, giunto fino alla fine – ho scritto un mare di parole che, nelle varie fasi di stesura, sono servite tantissimo a me in primis, ancora una volta, per riorganizzare idee e prospettive.

Grazie per aver letto fin qui, buona serata!

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Scrivere. Con le mani in pasta

Scrivere. Con le mani in pasta - Nuovicontesti

Da qualche tempo avevo un post sulla punta delle dita. Letteralmente. Per me le mani sono antenne, archivio, strumento. Ecco la mia versione dei fatti, volete darmi la vostra? Vi avviso: il mio è un volo pindarico, però… io ci credo! 🙂

Per me scrivere – per un’azienda, per un bambino, per un adulto, per un amico, per me – significa metterci tutta me stessa, comprese le mani. Come corollario, alla fine di certe sere ho più appunti sul dorso delle mani che sui post-it che tendo a disseminare ovunque.

Il tempo che utilizzo per scrivere è molto minore rispetto al tempo in cui – nella mia testa e soprattutto nelle mie mani – si forma ciò che andrò a stendere sullo spazio bianco. Questo continuo stratificarsi è anche ciò che, tra gli altri fattori, favorisce l’efficacia: scrivere la cosa giusta al momento giusto.

Un processo che porta a generare la parola. Dentro un nido, in un luogo caldo, in un luogo vissuto. Empatia, contesto, pertinenza. E da ogni contenuto nasce a sua volta qualcosa. Nuove connessioni, relazioni, interazioni. Che hanno bisogno di essere coltivate, e quindi di tempi lunghi per portare a ciò che è duraturo. Ogni testo, per breve che sia il contenuto, così come ogni immagine, ha motivazioni e conseguenze.

Scrivere è un piccolo modello di vita. C’è sempre un prima, c’è sempre un dopo. Nulla nasce dal nulla, ma in un contesto reale che bisogna conoscere bene, all’interno del quale occorre ogni volta compiere delle scelte in una direzione ben precisa.

Ho le mani in pasta perché quando sollevo le dita per una pausa o alla fine della giornata mi sembra di avere i comandi da tastiera ancora incollati ai polpastrelli. Ho le mani in pasta perché quando prepariamo dolci e pizzette con il pargolo mi ritrovo a pensare per hashtag a tema cucina, mamme e bambinerie.

Ho le mani in pasta perché anche se questo maledetto raffreddore da elefante mi assedia ormai da oltre una settimana (e oggi è il giorno del mal di testa, yuppi) cerco di non farmi mettere ko e piuttosto che abbandonarmi a lui mi invento cose nuove da fare e da scrivere.

Finché ci sono consapevolezza, testa, cuore… c’è speranza. Anche per la scrittura! 🙂

Buona serata a tutti voi!

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Visioni

Anche il copy ha un cuore (musicale)

Oggi vi racconterò una storia vecchia, cioè una storia che come tutte le storie vecchie non invecchia mai.

All’inizio

All’inizio, come in tutti gli inizi che si rispettano, c’era qualcosa. C’era un cuore di carta. Non si capiva bene come avrebbe dovuto svolgersi la storia, comunque il cuore c’era, e da lì si sarebbe potuto forse costruire – o almeno immaginare, nella più prudente delle ipotesi – qualche cosa di nuovo.

(il cuore era disegnato in un angolo, nel bianco che correva intorno alla stampa di una foto di compleanno. Anzi: a guardare bene, all’inizio era un cuore di carta ritagliato e poi di nuovo incollato, carta su carta)

All’inizio era un cuore polveroso, appassionato di libri e di pagine da sfogliare. Poi a poco a poco annusò aria diversa e, pur senza abbandonare la polvere e i segnalibri tradizionali, si tuffò in una faccenda più complicata: parole per immaginare, immagini per parlare, pixel e rudimenti di html, condivisione, interazione, comunicazione.

Senonché

Senonché, ad aumentare le vibrazioni di un cuore così assetato, che forse già bastavano, giunse una nuova sollecitazione.

Se l’esperienza – piccola e comune – di un coro di paese dotato di ottimi maestri può dare spunti utili e impensati, così accadde per quel cuore mai esausto.

Quel cuore di carta in perenne movimento scoprì, o gli sembrò di riscoprire, come fosse la cosa più naturale del mondo, qualcosa di molto bello.

Scoprì

Scoprì la fluidità, la cadenza, l’impronta musicale (oddio, ho detto la parolaccia, chi fa davvero musica mi perdoni) che possono avere i testi pensati e letti, i suoni differenti di parole diversamente accostate.

Scoprì l’effetto dirompente di una parola breve o la marcia lenta di una parola lunga, la vita di una sillaba in mezzo ad altre sillabe, il racconto uditivo creato da una successione di vocali chiuse o aperte.

Quel cuore di carta si mise a danzare, quando scoprì che le parole erano simili ad altrettanti strumenti o voci da far suonare insieme, in modo sempre più appassionato e consapevole.

Continua

Così è andata. La storia è vecchia, ma non è mai finita. Come sempre continua a interrogare (e a interrogarvi), sedimentare, decantare, sperimentare.

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Il segreto dei lavori metodici

Il segreto dei lavori metodici - Nuovicontesti

In questo articolo cercherò di esprimere l’importanza dell’alternare tipologie di attività diverse in modo tale che il lavoro non ne risenta, anzi: ne giovi sempre più.

A grandi linee, nei momenti di peggiore sconforto, a tutti potrebbe accadere di contrapporre, nel contesto di una lacrimosa e rassegnata lamentela, due grandi categorie di lavori: i lavori cosiddetti metodici (noiosi, ripetitivi, in tempi lunghi) e i lavori cosiddetti creativi (interessanti, sempre nuovi, in tempi contenuti).

Bene, oggi la mia missione è – e non sono certo la prima a farlo – sfatare il mito di questa triste inconciliabilità.

Posso dire di essere nel complesso una persona metodica, ma chi mi conosce bene sa che ho bisogno di (talvolta estremi) contrappunti in direzioni anche opposte, per far sì che tale lavoro metodico non mi precluda mondi altri e mi consenta di sopravvivere.

La verità è che amo il lavoro metodico, ma lo amo perché da solo non mi basta. Cerco di spiegarmi meglio. Per farlo bene si rende necessaria una certa misura di evasione. Occorrono momenti di non-concentrazione. Sulla linea del lasciar decantare.

Il segreto dei lavori metodici sta, per la mia esperienza personale, nel non subirli come tali ma nel farli diventare sorgente di qualcosa di diverso. Ad esempio, visto che in genere non richiedono l’utilizzo di eccessive risorse mentali, possono trasformarsi in uno spazio fantastico per far nascere nuovi pensieri. E qui stanno la mia gioia e la mia salvezza.

Spesso le idee nuove si affacciano in un istante imprevisto – sì, è proprio questione di un istante, è lo sguardo di un volto amato che per un istante si affaccia alla finestra, e pur nella brevità dell’evento questo affacciarsi ti infonde un calore immenso – le idee nuove si affacciano quando si abbandona temporaneamente la tensione costruttiva, creativa, progettuale e ogni sua deriva verso il concetto di accanimento.

Ciò non significa che sia sufficiente prendere per buone le idee nascenti come tali, abbandonare l’ispirazione in stato di abbozzo. Occorre, invece, precisamente, riprendere le idee in bozzolo al momento giusto – oppure, come più spesso accade nella vita reale, raccoglierle alle soglie della scadenza corrispondente – per affrontare il lavoro creativo in profondità e nella direzione corretta.

Ecco svelato, secondo una sorta di logica degli opposti, in un circolo virtuoso inaspettato, il vero motivo per cui amo – finestra e fucina di novità – i lavori metodici.

E tu, ami i lavori metodici?

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Voce del verbo camminare

Voce del verbo camminare - Nuovicontesti

Per me la parola camminare è simbolo del cambiamento costante, dell’evoluzione, dell’incontro con realtà sempre nuove. È l’ingrediente di un percorso a misura d’uomo, organico, che ha al centro l’esperienza personale e il piacere di poterne condividere alcuni aspetti.

Come mi è capitato di scrivere altre volte, trovo ormai impossibile separare il mio vissuto dal lavoro che faccio. Il modo in cui affronto ogni cosa somiglia al camminare: quando incontro un elemento, una questione, un tema che accende la mia curiosità raramente passo avanti senza fermarmi. Mi concentro, mi lascio condurre per un poco, se occorre approfondisco e poi lascio decantare. Molto spesso imparo qualcosa di nuovo, oppure trovo spunti per far nascere – il più delle volte non subito – nuove idee.

Camminando idealmente, ogni occasione è valida per avviare riflessioni serie ma anche per attivare qualche corto circuito. Ad esempio sto leggendo un libro, ma improvvisamente mi stacco dal contenuto come se dovessi farne la revisione. A questo punto non resisto dall’appuntare, sul margine della pagina, il piccolo refuso invisibile che trovo dentro al volume, la didascalia che scriverei, il sottotitolo che aggiungerei. Altrettanto improvvisamente mi sveglio dal mio volo pindarico in veste di revisore di bozze, torno al paragrafo dove ero arrivata e sorrido di me.

Quando cammino cerco di cogliere i dettagli di colore, di suono, di atmosfera. Tutto questo andrà ad arricchire il lavoro che faccio con le parole, un lavoro da modulare su tanti strumenti e canali diversi. Un gioco molto serio che richiede capacità di immaginazione, sguardo d’insieme, attenzione al dettaglio, metodo, pazienza, un poco di leggerezza e tanto, tanto tempo.

Camminando, vedo un gatto arancione nel cortile di una casa abbandonata. Nella mia testa vedo il gatto molto più arancione di quello che è. Anzi, sono obbligata a vederlo più arancione per far sì che spicchi meglio rispetto all’intonaco azzurrino della casa e perché si ricolleghi visivamente alla ruggine sulla cancellata bianca. Il gatto è fermo, ma sta per saltare giù dalla tettoia. O meglio, io lo farei saltare giù, per andare in cerca di cibo, di una coccola o di una lucertola da rincorrere.

Nell’azione di camminare, metaforica o reale, il tipo di gioco – o meglio il tipo di lavoro, il lavoro di raccolta – non cambia. Cambiano il paesaggio e lo scenario in cui ci troviamo, e gli elementi che abbiamo colto ci serviranno per creare nuovi contesti.

Gli elementi che hanno creato il varco – verso una emozione, una sensazione, una visione – devono coordinarsi tra loro, uscire da se stessi e superare la forza di attrito iniziale per avviare un racconto rivolto a qualcuno. Devono trovare la forza di aprire tutte le finestre e prendere aria. Devono muoversi, agire, generare a loro volta movimento, far interagire e far dialogare. Hanno il compito di inventare [ri-trovare], mostrare e condividere nuove strade. A tutti i livelli: per le gambe, per il cuore, per la mente.

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Come si accende un testo

Come si accende un post - Nuovicontesti

[il fuoco di un camino]

Completa tu la frase del super classico dei Nomadi, oppure leggi questo testo fino alla fine. Ok, ma che c’entra? C’entra, c’entra. Ora ti dico perché.

Ogni volta che scrivo un testo, come ad esempio un articolo di blog, a me succede come quando devo accendere il camino.

Il camino c’entra sempre, perché lavoro da casa e nelle giornate d’inverno è il mio compagno di avventure preferito.

Scelti prima il pubblico e gli obiettivi, con l’aiuto della metafora vediamo come si fa ad accendere un testo.

Cercare da accendere

Se non hai già in mente uno spunto guardati intorno, adotta uno sguardo da blogger e cerca un input di partenza da sviluppare, interessante per te e che ritieni interessante per i tuoi lettori. Potrebbe essere un’immagine, un avvenimento della giornata, una sensazione vissuta, una notizia da approfondire. Cerca di allenarti a questo tipo di approccio, perché ti sarà di molto aiuto nell’attività continuativa di blogging.

Intrecciare carta e rametti

Se scrivi ogni giorno o con una certa frequenza forse ti capita più volte, nell’arco della giornata, di individuare gli input adatti a diventare articoli. In questo caso ci sono due alternative: o postare subito, oppure annotare immediatamente l’idea – o più idee per più articoli – in qualunque spazio scrivibile tu abbia a disposizione, per non dimenticarla e poterne disporre al momento opportuno.

Avviare il fuoco

Preparata la base di possibili temi da cui partire, comincia a lavorare con le parole per creare una piccola storia con un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Nel corso della stesura alcune scintille potranno generare nuove idee e quindi arricchire il tuo testo che sta nascendo. In questa fase non fermarti e lascia che la fiamma si espanda liberamente.

Far crescere il calore

Una volta pronta la prima stesura, rileggi e aggiungi a poco a poco frasi e parole in grado di ravvivare e completare in modo equilibrato quanto hai già scritto. In questo modo il tuo post potrà arricchirsi senza digressioni fuori tema e sarà avviato più facilmente alla sua forma compiuta.

Creare uno spazio invitante

L’ultima cosa da fare è scrivere il titolo definitivo, che ha la funzione di una vera e propria porta. Potresti avere in mente già da subito un buon titolo, ma ricorda di verificarlo una volta scritto l’articolo. Se il titolo ha il giusto impatto può essere determinante per l’apertura o meno dell’articolo da parte del lettore. Se poi mantiene ciò che promette favorirà il ritorno dei visitatori sul tuo blog.

Dare la giusta aria

Se ne hai la possibilità, fermati un attimo per una breve pausa. Ritorna quindi al tuo articolo e leggi tutto una volta senza interruzioni. Avrai immediatamente la sensazione se tutto scorre oppure no, e potrai comportarti di conseguenza cercando di favorire la presenza di un filo conduttore.

Condividere a caldo

A questo punto puoi programmare o pubblicare il tuo articolo, corredato di una o più immagini, e interagire con il pubblico dei tuoi lettori fedeli o potenziali, condividerlo sui social media o tra gli altri blogger che trattano temi attinenti o correlabili ai tuoi. Abbi cura di commentare i post dei tuoi blog preferiti senza forzature e in modo non meccanico: i blog sono fatti da persone per le persone, e se ti porrai in questa ottica la tua presenza sarà ben accolta e, magari, piacevolmente ricambiata.

E ora… divano!

Giunge il momento di contemplare l’opera delle tue fatiche: cosa c’è di meglio di un bel divano proprio davanti al camino scoppiettante, con qualcosa di caldo da bere, e il gatto* a farti compagnia? Ricorda che il momento di contemplazione dovrà sostenere la tua autostima almeno fino al prossimo articolo. Non cedere né a pigrizia né ad accanimento – salvo tu ne abbia saltuariamente e necessariamente bisogno – e cerca di andare d’accordo con i tuoi programmi e scadenze.

*Io non ho un gatto, ma immaginarlo nei pressi di un camino in abbinamento a un divano mi dà una bella sensazione di casa e di calore. Me lo figuro disegnato proprio come nei libri delle scuole elementari, quando si chiamavano così e le frequentavo io un paio di ere geologiche fa.

[non è caldo come il sole del mattino]

Allora: hai acceso il camino, ops, il tuo testo? Dopo averlo amorevolmente preparato e condiviso, se c’è bel tempo puoi rilassarti un attimo e mettere finalmente il naso fuori dalla finestra, proprio lì, verso il sole. Che te ne pare?

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Radici

Di parole e di altre avventure

Di parole e di altre avventure - Nuovicontesti

Scrivere è una delle mie occupazioni e aspirazioni principali, oltre che preferite. Vorrei scrivere dappertutto.

In questo post cerco di indicarti alcuni punti chiave nel processo di scrittura, che di volta in volta ho individuato e trovato utili nel mio percorso. Non significa che siano completi, anzi: la mia salvezza – e non solo mia, credo – è imparare ogni giorno qualcosa di più, perciò ti invito a condividere le tue idee ed esperienze nei commenti.

1. Prima di tutto

Leggere, sempre

Ogni attività di stesura di testi a cui ti avvicinerai ha una premessa essenziale nel tuo vissuto e nelle cose che ami, quindi in te stesso e nella tua vita, nei tuoi paesaggi.

Leggi ovunque ti trovi e su qualunque supporto, osserva ogni frase con consapevolezza, lasciati prendere dalle parole specialmente quando sono bellissime, cerca di associare nella mente parole e immagini, documentati, studia e approfondisci, lascia decantare.

2. Progetto

Per chi scrivo

Occorre chiarire da subito con la massima precisione chi è il destinatario del nostro testo: è così possibile scegliere il linguaggio e le modalità adatte per entrare in sintonia con chi ci leggerà. Faccio solo alcuni esempi: potrebbe essere una sola persona, oppure un gruppo di persone con un interesse in comune, oppure ancora un pubblico nuovo di persone da avvicinare e fare incontrare.

Perché scrivo

In base al destinatario cerchiamo di definire gli obiettivi del nostro testo. Potremmo avere un tema già prefissato oppure potremmo essere noi a doverlo stabilire. Che cosa devo comunicare? Che cosa voglio ottenere? Individuiamo bene il messaggio da veicolare, il tipo di coinvolgimento che vogliamo creare, l’azione a cui desideriamo spingere il nostro lettore. Offriamo contenuti chiari e utili, concreti e piacevoli.

Dove comparirà il testo

Una pagina di carta, il campo del post, il nome di un prodotto, lo status di Facebook, le parole di una canzone, i 140 280 caratteri di Twitter, una storia per bambini, il corpo testo della mail e il suo oggetto, le didascalie alle foto di un libro, i sottotitoli di un capitolo.

Le destinazioni sono infinite e occorre comprendere le caratteristiche di ognuna per creare il testo adeguato. A te l’augurio di sperimentarne una, alcune o tante. Buon viaggio, e buona fortuna!

Mappa delle idee

Prima di iniziare a scrivere il testo vero e proprio, mi sento di consigliarti una stesura non troppo meditata di tutte le idee, associazioni, immagini che ti si affacciano alla mente. Puoi darti un tempo per questa attività, oppure interromperla quando ti sembra di aver toccato idealmente tutti i punti utili, come fossero una costellazione, per poi selezionare solo gli elementi veramente importanti e vitali per il tuo testo.

3. Stesura

Breve o lungo

La brevità o la lunghezza di un testo sono solo due variabili di stesura e non determinano la minore o maggiore difficoltà nello scrivere. Ogni singolo testo è un mondo con una propria natura. Semplicemente, le difficoltà sono differenti a seconda del testo da produrre. Un testo breve può essere difficile da realizzare perché con l’uso di pochi caratteri deve essere preciso, denso e allo stesso tempo attraente. Un testo lungo presenta ugualmente difficoltà perché ogni sua parte deve essere coerente con tutto il progetto e offrire chiarezza e capacità di coinvolgimento, pur nella complessità dei temi e dei concetti trattati.

Rapido o lento

Lentezza e rapidità sono due dimensioni complementari del testo, sia per quanto riguarda la stesura sia per quanto riguarda la fruizione.

Raramente un testo perfetto o comunque idoneo e corretto nasce subito, ma in alcuni contesti, come nel mondo delle interazioni social, è richiesta una certa prontezza nel gestire specifiche situazioni in tempi brevi.

Si tratta di una prontezza che non nasce sul momento ma proviene da lontano, dalla preparazione, dalle competenze, dall’aver maturato esperienze approfondite che consentono di dare la risposta giusta al momento giusto e nel posto giusto.

Come dire che la rapidità è frutto di un processo lento. E non è una contraddizione.

Online o offline

Lo spazio a cui è destinato il testo – pubblicazioni cartacee, internet, supporti digitali, packaging e molto altro – è una variabile molto importante che meriterebbe una approfondita trattazione specifica.

Molto brevemente, mi limiterò a dire che analizzando e mixando i vari elementi, come il luogo dove si troverà il testo (luogo prestabilito e anche luogo potenziale, visto che potrebbe essere condiviso dove noi non possiamo sapere), il destinatario a cui è rivolto e gli obiettivi che il progetto ha, potremo chiarirci meglio il compito che ci spetta e saremo in grado di costruire il percorso giusto tra le infinite possibilità di testo che possiamo realizzare.

Affrontare il bianco

Occorre superare la barriera dello spazio bianco. Raccogliere le energie e saltare oltre lo scoglio iniziale. I mezzi sono diversi. Per ogni progetto, per ogni supporto lo spazio del testo è diverso, l’ampiezza del testo è diversa.

Ovunque tu debba scrivere, stendi il primo testo senza fermarti, lascia scorrere le frasi nella successione con cui ti vengono in mente, non fermarle perché potresti perdere degli spunti interessanti. Una volta steso il tutto, abbastanza di getto, e quindi scritte le tue idee anche in disordine, potrai riprendere in mano il testo e ricucinarlo a dovere.

Struttura e ritmo del testo

Mi limiterò a suggerire un accorgimento di base che ti aiuterà a costruire una primissima architettura del testo. In linea generale l’attacco del testo è un punto forte. Al centro può seguire un approfondimento, con l’illustrazione di eventuali dettagli. La conclusione è un altro punto forte dove si concentra l’attenzione del lettore. Sono allo stesso modo importanti – anche come gancio visivo – le postille, la firma, i rimandi alla fine.

Se il testo è lungo vi saranno più parti, ognuna caratterizzata da punti di tensione e scioglimento, in modo da costruire un andamento naturale, un ritmo, una sorta di respiro che alterni la massima richiesta di attenzione a parti che favoriscono la riflessione. Il tuo testo potrà avere anche una certa musicalità: prova a leggerlo ad alta voce per verificarne la scorrevolezza e, in ultimo ma non meno importante, per ascoltare l’effetto generato dai suoni.

4. Revisione

Riorganizzare i contenuti

Preparati a una delle fasi più complesse e delicate della scrittura: almeno metà della fatica di scrivere andrà impiegata nella fase di revisione.

Si tratta di riprendere con gli occhi, con il cuore e con la mente tutto quello che hai scritto sino ad ora, metterti nei panni del tuo destinatario, indossare l’abito del più agguerrito spirito critico nei confronti del tuo presunto capolavoro, e lasciare che accada ciò che deve accadere.

Taglia – pota, come se avessi di fronte una pianta che deve crescere bene – ciò che non serve, ripulisci il testo, cambia l’ordine delle parti, elimina rami e foglie secche e lascia le gemme più fresche per far posto a spiragli di vitalità, di condivisione, di avvicinamento, di azione e interazione.

Formattare il testo

Il testo non solo si legge, ma si guarda: si fruisce meglio se non assomiglia ad un muro, e se vi dà l’idea di un giardino arioso.

Una volta superate tutte le frasi descritte sopra crea paragrafi sottotitoli, inserisci spazi di interlinea tra un blocchetto di testo e l’altro, scegli le parole significative – keyword, topic, concetti chiave – da evidenziare con grassetti e corsivi.

Se lavori per un progetto on line, fai vivere e interagire il tuo testo inserendo link interni e collegamenti a risorse esterne.

Correggere refusi ed errori

Naturalmente il tuo testo dovrà essere il più possibile perfetto dal punto di vista formale. Controlla lessico, ortografia, grammatica, spazi prima e dopo la punteggiatura, maiuscole e minuscole, accenti e apostrofi, concordanze e ognuno degli altri mille milioni di aspetti che generalmente sfuggono alla prima lettura. Passa quindi alla fase successiva e ricorda che è il punto di non ritorno, soprattutto se si va in stampa.

Rileggere. Pausa. Rileggere. Pausa. Rileggere

Su internet è possibile correggere in corsa, quindi ci sono delle facilitazioni in merito. Il mio consiglio è di attivare sempre e comunque la massima attenzione, perché potresti non sfuggire all’occhio di lince di qualche navigatore, e sorattutto agli screenshot.

Nel dubbio, anche prima di pubblicare sul web – per lavori su carta ho attraversato molte notti su bozze di progetti piccoli e grandi – rileggi bene tutto e ricorda che la qualità di un avvicinamento, di un approccio, di una conversazione on line passa anche per un testo ben curato nella forma oltre che nei contenuti.

Rileggi più volte, facendo pause per non abituarti – e soprattutto per non affezionarti – a ciò che avete scritto e per tenere desta la tua attenzione. Mano a mano conquisterai maggiore familiarità con questa procedura e ti sarà più semplice svolgerla, perché avrai la consapevolezza di tutti gli aspetti da tenere in considerazione.

Nulla dies sine linea

Una ultima cosa, piccola e preziosa: cerca di scrivere tutti i giorni per affinare la qualità del tuo lavoro. Per questo ti lascio il suggerimento antico attribuito a Plinio il Vecchio.

Qui si conclude, per ora, il mio piccolissimo vademecum per te. Spero possa esserti utile ma usalo per quello che è: una minuscola selezione di spunti per scrivere con coscienza, da arricchire ogni giorno con l’esperienza che fai sul campo.

E ora tocca a te: che cosa ritieni importante per una buona pratica di scrittura?

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Fili di Voce Scritta

Mamma, ma tu che lavoro fai?

27 maggio 2026

Mamma, il tuo lavoro è finto. Qui sotto (articolo del 2014) racconto come la prole vede(va) il mio lavoro. Anche oggi, mentre la mia professione si è evoluta nel progetto Voce Scritta LAB con ramificazioni in Carta a Voce Scritta, la figliolanza – cresciuta in età, numero e complicità – si allea senza chiedermi il permesso e mi scherza dicendomi la stessa cosa.

13 febbraio 2014

Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… lei mi crede pianista in un bordello. Jacques Séguéla

Ora, posto che mia madre si sia da tempo pacificata con l’idea della professione che svolgo, provate a mettervi nei miei panni quando è il Pupo, candido candido, a pormi la Grande Domanda:

Ma tu, mamma, che lavoro fai?

La prima volta che me lo ha chiesto gli ho risposto con una parolona. Gli ho detto che facevo la Scrittrice e, nell’immediato, non ho ricevuto ulteriori interrogazioni. Alcuni giorni dopo ci riprova: mi chiede di nuovo e, siccome voleva dettagli, ho dovuto dirgli che scrivo le parole che vanno un po’ dappertutto. Sulle pagine che vede nel computer, sulla carta dei libri, sui manifesti, sulle confezioni di fazzoletti di carta, sulle scatole del latte. No, non era ancora soddisfatto. E se ne è uscito con questa frase:

Mamma, ma questo non è un lavoro vero, è un lavoro finto.

E, con la forza spiazzante e paziente delle sue argomentazioni bambine, mi ha spiegato che i veri mestieri sono raccogliere l’uva, fare il pane, fare il vigile. Confesso tutto il mio stupore davanti a tanto senso della realtà: come si fa a vivere di scrittura? Come si fa a vivere di parole? Mi sono sentita scrutata e indagata, e ho cercato di essere più concreta.

Guai, poi, a dire che a volte ciò che scrivo serve anche per la pubblicità. Si apre un circolo vizioso: la pubblicità non serve, la pubblicità dice le bugie, la pubblicità non si guarda. Non pensavo che sarei stata messa così a dura prova da un adorabile Tappo alle prese con i suoi primi ragionamenti.

Ormai anche la parola copywriter non è più un tabù. Dopo lo sdoganamento di tutti i termini connessi alle funzioni corporee e quant’altro grazie alle mirabolanti avventure vissute con un neonato, è diventata una passeggiata conversare di accessori per il bagno quando si tratta di lavoro. Ormai, io e i copriwater (sì, hai letto bene, e se ti è sfuggito rileggi ancora) siamo parte di una grande famiglia.

Allora, ancora una volta, ho riconosciuto chiaramente il confine che – tra amore e follia – attraverso ad occhi aperti ogni giorno, per credere in un sogno che pian piano si sta avverando.

Quindi ho chiamato il Pupo accanto a me e, con calma, gli ho rispiegato in un modo diverso. La mamma scrive perché a volte le persone hanno delle domande, non sanno le cose, cercano delle risposte, e qualcuno scrive per far trovare queste risposte. Gli ho detto che oggi tutti parlano, dicono cose, ma non tutti lo fanno o, meglio, non tutti possono farlo nel modo corretto, anche solo per mancanza di tempo. Se un negoziante vuole vendere i suoi oggetti, e anche tanti altri negozianti hanno gli stessi prodotti da vendere, come fa?

Gli ho detto che se tutti parlano insieme della stessa cosa alla fine nessuno riesce a sentire, quindi bisogna che ci sia una voce diversa, o tante voci diverse, anche piccole, che al momento giusto e nel posto giusto dicano la cosa giusta. C’è qualche persona che fa questo lavoro e, ad esempio, presta le sue parole al negoziante di prima. Così è il mio lavoro, è un lavoro vero, è il mio lavoro preferito perché lo adoro ed è la mia grande passione. E, come tutti gli altri lavori, deve essere in grado di darmi da mangiare.

Non so se sono riuscita a convincerlo del tutto, però non ha più detto, con sguardo preoccupato, che il mio è un lavoro finto. Anzi, adesso ci scherziamo su.

La scommessa vera è, ora, trasmettergli piano piano tutta la positività, tutto l’amore, tutto l’entusiasmo possibili perché anche da grande sappia sognare, cercare, inventarsi un lavoro, una vita, una storia dove camminare con i piedi sempre a cavallo tra terra e cielo, una storia che corrisponda il più possibile ai suoi desideri più belli.

Con questo finale in crescendo ti saluto e, se vuoi, ti invito ad approfondire meglio cosa faccio.

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Visioni

A proposito di regole

A proposito di regole - Nuovicontesti

Le regole un po’ mi guidano e un po’ mi liberano. La regola – la disciplina – non deve essere una forzatura cieca: per me è un modo per concentrarmi di più e far scaturire il meglio da quello che sto facendo. Mi pongo queste regole perché mi conosco molto bene. Sono curiosa di tutto e quindi devo un po’ arginarmi, per selezionare e approfondire bene gli aspetti più importanti e lasciarmi alle spalle ciò che potrebbe disperdermi.

Provo a raccogliere qui alcune regole molto ma molto sparse che – più o meno consapevolmente – mi pongo. Più o meno consapevolmente? Sì, perché il mio cervello tiene così tanto alla mia sopravvivenza che, a volte, elabora e mi suggerisce alcune norme senza che io stessa ne sia del tutto cosciente. Poi a un certo punto razionalizzo, e il peso sulle mie spalle si alleggerisce. E questo, quanto mi solleva!

Ma ora partiamo: comincio da un aspetto molto specifico (la frequenza dei post di un blog) per arrivare alla apoteosi finale – e qui mi sbilancio, prendetemi con le molle – sulla complessità della mente, che molte volte – ne sono certa – lavora per noi anche se non lo sappiamo.

Articoli a frequenze regolari

Ad esempio, una regola consapevole che consiglierei ad altri che volessero dedicare molte energie al blog – visto che spesso non lo faccio perché non mi considero solo una blogger – è quella di scrivere un post nel blog con regolarità, con una specifica frequenza a seconda dei destinatari e degli obiettivi da raggiungere.

Personalmente, sapere che devo scrivere a cadenza regolare mi spinge a stimolare, convogliare, rafforzare il processo mentale di attenzione verso ciò che di utile o bello mi accade o mi passa vicino, in modo da coglierlo nel momento in cui si presenta e guardarlo con occhi – anche – da blogger per poterlo offrire sia ai lettori, sia a me.

Risultato? Cresco. Trovo aspetti nascosti e scopro dimensioni sempre nuove.

Scadenze e agenda

Il fatto di trovare gusto nell’organizzarmi il lavoro non significa che abbia sempre amato agende, calendari, elenchi da spuntare. Anzi, è proprio il contrario. Quindi, la decisione di fare ordine nasce sia da una stretta necessità, sia da un processo inizialmente inconsapevole.

Visto che sono in grado di lavorare senza sosta – perdendo del tutto il conto delle ore, saltando sonno e pasti – sempre per la questione di sopravvivere ho cominciato a capire che un lavoro interrotto (ma vorrei dire corroborato) da piccole pause – quando possibile – viene meglio.

Per cui, con le giuste dosi, ho di volta in volta inserito nelle mie giornate impegni extra, piccoli o grandi, che funzionassero da stop-reset, per poi ripartire meglio. Troverete una connessione al tema nel prossimo punto.

Non accanirti su ciò che non riesce subito

Questo è un mio antico difetto che con il tempo ho da una parte riconosciuto, e dall’altra modellato a mio vantaggio. In lotta con scadenze sempre molto ravvicinate, ho imparato a progettare il mio tempo.

Molte volte occorre essere rapidissimi, certo. Ma non sempre è buona cosa forzare la volontà per ottenere subito il tanto agognato testo perfetto, l’attacco intrigante, il titolo d’impatto da ricordare nei secoli venturi.

Ho imparato il senso dell’attesa, l’importanza del far decantare idee e progetti per poi ritornarvi dopo un certo intervallo di tempo: a volte la parentesi di un caffè, a volte lo spazio di una notte, a volte anche di più. Ma vi rimando al punto seguente.

Lascia che il tuo cervello lavori per te

A questa intuizione – che è divenuta piena coscienza – sono arrivata dopo molti anni, ed è stata la mia salvezza. Dico chiaramente che vale per me, e forse qualcuno di voi – spero – fa la stessa esperienza. Organizzando meglio il tempo del mio lavoro, ho scoperto che le pause d’aria – in cui non penso forzatamente alla soluzione da trovare – molto spesso mi portano proprio alla soluzione tanto desiderata senza che io vi abbia ulteriormente ragionato.

Non ho approfondito bene le ragioni scientifiche di ciò (e forse un giorno mi farò spiegare meglio) ma spesso titoli, testi, frasi, immagini creative e questioni complesse – poi risolte – che hanno funzionato nei miei lavori sono nate proprio da questo processo. A parte il volo pindarico che ho fatto e i mille incisi con trattini che ho inserito – ma quanto mi piacciono queste cose! – credo sia un consiglio buono e oggettivo per tutti alternare momenti di forte applicazione e spazi di decompressione, per lavorare meglio e – quindi – vivere meglio.

Postilla. Mi avete seguito davvero fin qui? Avete tutta la mia stima! Grazie, e – se volete – ditemi la vostra.