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Odissea nel web. Viaggio tra la bellezza e i pericoli di internet

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Cyberbullismo, giovani nel web ed emergenza educativa: prosegue il viaggio nell’educazione digitale con i temi del workshop di formazione / informazione per insegnanti e genitori, svoltosi lo scorso sabato 18 marzo al Teatro Comunale di Lugagnano Val d’Arda in provincia di Piacenza. In questo articolo raccolgo i punti chiave della giornata di studio aperta al pubblico.

L’iniziativa Odissea nel web è stata realizzata dai docenti del team digitale e dai ragazzi della scuola secondaria di I grado con il sostegno di Istituto Comprensivo di Lugagnano Val d’Arda, Buzzi Unicem e Generazioni Connesse.

Dai giovani agli adulti, necessario un percorso di continuità

Rieducazione digitale, perché e come farla? Ciò che emerge dalle prime parole di presentazione al convegno è l’emergenza di colmare una grande lacuna creatasi tra l’utilizzo della tecnologia da parte dei più giovani e la piena consapevolezza di ciò che si sta facendo, soprattutto da parte degli adulti.

I ragazzi delle classi terze della scuola secondaria, coordinati dai docenti e animatori digitali Michela Villa, Ada Turco e Nadia Pompini e supportati dagli altri componenti del team digitale Alessandra Provini, Maura Inzani e Luigi Botti, hanno realizzato due importanti documenti che sono stati presentati all’inizio della giornata.

Cyberbullismo, i dati raccolti con il questionario

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Come illustrato dai dati raccolti con il questionario sul cyberbullismo (pdf) la situazione è chiara: le risposte dei 187 ragazzi (alunni dalle classi quinte della scuola primaria alle classi terze della scuola secondaria di I grado) intervistati in forma anonima nelle scuole del territorio – Lugagnano, Rustigazzo, Vernasca, Morfasso – sono un campione illuminante di ciò che avviene anche oltre i confini dell’Istituto Comprensivo locale.

La presentazione ricavata dal questionario sul cyberbullismo è stata coordinata dalla docente Michela Villa.

Il sondaggio spazia dalle domande generali sull’uso della rete e dei social ai problemi connessi ad un cattivo utilizzo di questi, dalle relazioni on line al ruolo dei genitori nel controllare le attività dei figli nel web.

Le risposte su cui riflettere maggiormente riguardano la quantità di tempo investito e le fasce orarie di uso della rete e dei social – alcuni ragazzi si connettono anche nelle ore notturne; la fiducia e la presunta libertà che i genitori danno ai minori nell’utilizzo di questi strumenti; il controllo sui più giovani visto spesso come un aspetto discutibile.

Dal questionario emerge con forza l’esigenza di relazioni solide tra genitori e figli: un concetto che forse appare scontato ma che davvero non lo è.

Dialogo e fiducia reciproca servono non solo per affrontare insieme ai più giovani ogni naturale passaggio della vita, ma anche per aiutarli ad avvicinarsi in modo corretto, costruttivo e non traumatico al grande mare di internet.

Contro il cyberbullismo: da Ligabue al video creato dai ragazzi

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Il secondo documento prodotto a scuola è un videoclip sul tema del cyberbullismo.

Gli alunni della classe terza B di Lugagnano, guidati dalla docente di musica Ada Turco, hanno realizzato un video che ha come colonna sonora la canzone G come giungla di Ligabue. Il video al momento non è pubblico per questioni di privacy perché interamente interpretato oltre che costruito dai ragazzi, dalle riprese alle animazioni.

Ecco un brano della canzone:

G come giungla
la notte comunque si allunga
le regole sono saltate
le favole sono dimenticate

G come guerra
e giù tutti quanti per terra
non basta restare al riparo
chi vuol sopravvivere deve cambiare

E guardo fuori ma quanto basta
ma quanto basta nascosto
potresti essere il prossimo
oppure il prossimo pasto

E puoi urlare che tanto la giungla
soffoca la tua voce
però ti lasciano contare
su tutti quei mi piace.

Nel video il tema della vita come giungla viene trasferito all’universo dei social e della rete, a cui aderisce perfettamente.

Attraverso l’elaborazione del video, davvero coinvolgente e ben fatto anche dal punto di vista creativo, i ragazzi hanno riflettuto su temi con cui sono a contatto nella vita di tutti i giorni e sono stati guidati dall’insegnante ad un percorso di consapevolezza per un migliore uso della rete e delle sue potenzialità.

Silvia Fontana, Odissea nel web: la bellezza e i pericoli della rete

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Nella seconda parte della mattina è intervenuta Silvia Fontana, docente e animatrice digitale del Liceo scientifico Bertolucci di Parma.

L’intervento ha toccato molti argomenti in modo approfondito e concreto, che sintetizzerò in brevi paragrafi seguendo la trattazione della relatrice.

Silvia Fontana ha spaziato dalla bellezza della rete con le sue enormi potenzialità alle regole per utilizzare i social network, dai meccanismi del web marketing al deep web, dalle principali fome di dipendenza alle difficoltà del rapporto tra genitori e figli spesso entrambi inconsapevoli dei pericoli del web.

Internet come oceano globale, ambiente per l’uomo liquido

Silvia Fontana descrive internet come oceano globale e ne indica alcune caratteristiche di base: è uno spazio globale, relazionale, ambiguo, prometeico, nel quale si conserva la memoria globale e in cui diventa sempre più facile lo scambio tra pubblico e privato.

Spiega la relatrice nelle slide:

La rivoluzione digitale e la virtualizzazione della realtà intercettano, esaltano e plasmano alcune caratteristiche dell’uomo liquido.

La definizione di uomo liquido ci riporta alle trattazioni di Zygmunt Bauman sulla vita sociale odierna, un universo in costante movimento, incerto, frammentato, instabile.

Le caratteristiche dell’uomo liquido – prosegue Silvia Fontana – sono il narcisismo, la velocità, l’ambiguità, la ricerca di emozioni, il bisogno di infinite relazioni light.

La consapevolezza di queste dinamiche aiuta a conoscere meglio la rete, a definire il suo rapporto con il mondo off line e a regolare i comportamenti da assumere quando ci muoviamo nel web.

La narrazione nel web

Il web è uno spazio dove la prossemica non è applicata e nel quale si opera costantemente una delega narrativa a causa della tendenza a non vivere il momento presente, ma a fissarlo con foto e video per rivivere il racconto successivamente.

Si attua per questo una bulimia comunicativa – in attesa dei mi piace – associata alla dislocazione della relazione, che si sposta dalla dimensione dell’evento reale alla dimensione virtuale dell’evento postato sui social.

Internet è libertà?

Silvia Fontana introduce il tema della libertà nella rete contrapponendo due visioni.

Visione mitologica: internet è un luogo per natura anarchico, libero, refrattario alla regolamentazione

Visione realistica: esistono dei soggetti con posizione di supremazia (multinazionali)

Detengono le conoscenze tecniche di supporto o le informazioni. L’individuo non conosce chi limita i propri diritti in modo subliminale.

Stabilito il dualismo tra visione mitologica e visione realistica della rete la relatrice invita a riflettere sul passaggio successivo, aperto ai dubbi sull’effettiva natura democratica del web.

Neuromarketing: noi siamo dati

Occorre conoscere le dinamiche del marketing, se vogliamo sapere perché visualizziamo determinati contenuti.

Il neuromarketing fa leva sulle emozioni per condizionare l’utente. Noi siamo dati, la merce di varie agenzie commerciali che creano il profilo digitale dell’utente.

Ne consegue il bombardamento di finestre pubblicitarie tarate sul profilo personale.

Il fenomeno del vamping

Il vamping è l’abitudine dei ragazzi di tenere acceso il cellulare anche di notte e di comunicare con i coetanei in queste ore.

I brand sono molto attenti all’uso dello spazio notturno quando non viene regolamentato dagli adulti, e puntano sul fatto che lo smartphone è il device più utilizzato.

Internet, bambini e adolescenti

Bambini e adolescenti non possiedono la dimensione razionale controllata dal lobo frontale del cervello, che in loro non è ancora del tutto sviluppato.

Per questo motivo non sono in grado di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, tantomeno di gestire e pianificare le situazioni.

Bambini e adolescenti non possono fisiologicamente essere consapevoli, perciò occorre interrogarsi seriamente sull’opportunità di consegnare loro uno smartphone con la possibilità di navigare in rete liberamente, senza informazioni e completamente soli.

La risposta è no, e inoltre la connessione di notte deve essere interrotta e il telefono deve stare fuori dalla camera.

Squilibri patologici e forme di dipendenza dalla rete

Silvia Fontana introduce brevemente alcuni disturbi collegati al cattivo utilizzo della rete.

Dipendenza dalla rete: Iad, Internet Addiction Desorder (Ivan Goldberg).

È la dipendenza psicologica dal web. Si manifesta con caratteristiche specifiche, come il bisogno di rimanere connessi alla rete il maggior tempo possibile.

Cybersex addiction

Questa forma di dipendenza è collegata al materiale vietato ai minori di 18 anni disponibile in rete.

Se fruiti ad una età in cui non si è pronti, tali contenuti – disponibili in modo molto più immediato rispetto al tradizionale materiale cartaceo – provocano ansia, traumi, dissociazione interna dei ragazzi.

Ciò accade perché la facilità del tutto e subito sottrae al giovanissimo le dimensioni dell’immaginazione e dell’attesa, fondamentali per un corretto sviluppo mentale ed emozionale in questo ambito.

Gambling compulsivo

È la dipendenza dal gioco d’azzardo. Ci si può abituare anche da giovanissimi se il gioco on line – adeguato all’età con premi non in denaro e, inoltre, con possibilità di chat con gli sconosciuti – non viene riconosciuto tra le routine dei ragazzi e non viene regolamentato dai genitori.

Mud addiction

A questo proposito Silvia Fontana approfondisce la trattazione sulla dipendenza da Mud (Mud addiction) e sui giochi in rete.

Le Mud (Multi User Dungeon o Multi User Dimension) sono giochi di ruolo che utilizzano la rete per dare la possibilità agli utenti di giocare fra loro simultaneamente. È prevista la creazione di un personaggio, spesso di natura fantastica, con cui il soggetto si identifica e gioca. Le Mud sono tossiche, perché si avvalgono di una tecnologia che rende meno evidente il contesto ludico, facilitando l’identificazione del giocatore con il personaggio.

Silvia Fontana avverte che, con un uso di questo genere di giochi eccessivo e non concordato in modo adeguato con i genitori, è possibile incorrere in stress e ansia da iperconnessione quando non si è connessi.

Diversi giochi offrono inoltre la possibilità di acquistare mezzi magici e altri strumenti affini tramite il credito telefonico, la cui oscillazione deve essere a conoscenza dei genitori. Non si tratta di violazione della privacy, ma – possibilmente – di esperienza di dialogo e soprattutto di tutela del minore.

Dipendenza da cyber relazioni

Facebook attualmente è più diffuso tra gli adulti, mentre i più giovani utilizzano prevalentemente sistemi di messaggistica istantanea o app come Snapchat e Instagram. I giovanissimi utilizzano gruppi per comunicare in chat e devono imparare a silenziare le notifiche nel corso della giornata, in particolare quando studiano e durante la notte.

Emergenza educativa digitale

È necessario conoscere, informarsi, attivare il controllo parentale. I genitori pensano che in rete non ci siano pericoli: molti sono più preoccupati per le uscite reali che per i rischi insiti in una navigazione nel web non consapevole.

Silvia Fontana sottolinea che in Italia esiste meno consapevolezza rispetto all’Europa, anche se qualcosa comincia a muoversi, e ribadisce con forza che è diritto e dovere dei genitori essere informati sulle attività in rete dei minori.

Il deep web e i contenuti illeciti

Ci sono spazi web accessibili attraverso browser e modalità particolari, che ragazzi capaci potrebbero imparare ad utilizzare.

Si tratta del deep web – del dark web nella sua parte più oscura – in cui è facile reperire contenuti pesantemente illeciti con l’aggiunta del rischio di essere tracciati. Quindi, come e ancor più rispetto al web di superficie, se ne deve conoscere l’esistenza e i minori non devono potervi accedere.

Il contenuto si definisce illecito quando è contrario alle leggi di uno stato: contenuti pedopornografici; che invitano al turismo sessuale, a reati di tipo economico, informatico, di diffamazione, di violazione della privacy, della proprietà intellettuale; al gioco d’azzardo o che minacciano la sicurezza nazionale.

Oggi sono a disposizione molti filtri e controlli per tutelare la navigazione in tutti i dispositivi, che i genitori sono caldamente invitati a conoscere e a installare. Se necessario si chiede l’aiuto di un tecnico e in ogni caso, ove possibile, si cerca di parlarne serenamente con i propri figli.

Sexting e la Bibbia 2.0

La pratica del sexting (sex, attraverso immagini o video + texting, scrittura del testo) e della condivisione di contenuti intimi può avere conseguenze molto pesanti se questo materiale viene utilizzato per scherzi presi alla leggera, ricatti, vendetta o altri obiettivi poco nobili, e per vari motivi ottiene una larga diffusione nel web.

La diffusione della Bibbia 2.0 (e successive versioni), un enorme catalogo di immagini di carattere privato, è un esempio di grave deriva della rete che nasce da condivisioni fatte senza pensarci troppo o da immagini rubate, con conseguenze spesso irreparabili sulla vita delle persone coinvolte.

Il primissimo ed essenziale invito è, quindi, a sensibilizzare i più giovani a non condividere mai proprie foto intime, neanche con persone investite di piena fiducia, neanche impostando la privacy più ristretta.

Purtroppo una pubblicazione in rete è quasi impossibile da cancellare e potrebbe aprire ferite destinate a rimanere per sempre, oppure potrebbe riemergere anni dopo al momento della ricerca del lavoro o – in modo ugualmente indesiderato – in altre occasioni non previste.

Come avviene l’adescamento on line

Silvia Fontana passa al tema dell’adescamento on line e ne sintetizza in questo modo la dinamica:

L’adescamento on line in danno di minori è un fenomeno che consiste nel tentativo, da parte di una persona malintenzionata, di avvicinare un bambino o un adolescente per scopi sessuali, conquistandone la fiducia attraverso l’utilizzo della rete internet, in particolare tramite chat, blog, forum e social network.

L’adescamento avviene in cinque fasi, elencate dalla relatrice:

  1. formazione dell’amicizia
  2. formazione del rapporto di fiducia
  3. valutazione del rischio
  4. fase della relazione esclusiva
  5. fase sessuale

Per tutelare i minori contro l’adescamento occorre invitarli a:

  • riferire ai genitori tutti i nuovi incontri on line per gestirli in modo adeguato, oltre che generare un senso di sana diffidenza e stimolo investigativo per difendersi non solo dagli sconosciuti ma anche da possibili conoscenti insospettati
  • riconoscere e comunicare ai genitori qualsiasi segno di intrusione nella vita personale da parte di esterni
  • non dare a nessuno, tramite web ma non solo, informazioni personali come nome e cognome, nomi dei genitori, indirizzo di casa, numeri di telefono, scuola frequentata, geolocalizzazione, dati di accesso ai propri social e altre informazioni affini.

Alla base di tutto rimane il dialogo tra genitori e figli, tra i più giovani e gli adulti di fiducia, come gli insegnanti: si tratta della prima e fondamentale rete di sostegno per aiutare in caso di adescamento e in tutte le altre situazioni segnalate in questo articolo.

Il cyberbullismo e le sue tipologie

Silvia Fontana identifica diverse tipologie di cyberbullismo:

  • flaming: litigi on line nei quali si fa uso di un linguaggio violento e volgare;
  • molestia: invio ripetuto di messaggi offensivi;
  • cyberstalking: invio ripetuto di messaggi offensivi che includono esplicite minacce fisiche, al punto che lavittima arriva a temere per la propria incolumità;
  • denigrazione: pubblicazione all’interno di comunità virtuali – quali mud, forum di discussione, messaggistica immediata, newsgroup, blog o siti internet – di pettegolezzi e commenti crudeli, calunniosi, offensivi, denigratori al fine di daneggiare la reputazione della vittima;
  • outing estorto: registrazione delle confidenze strappate in messenger – dunque all’interno di un luogo privato – creando un clima di fiducia e poi inserite integralmente in un blog pubblico;
  • impersonificazione: insinuazione all’interno dell’account di un’altra persona con l’obiettivo di inviare da questo account;
  • esclusione: estromissione intenzionale di una persona da un’attività on line.

A supporto della trattazione sul cyberbullismo la relatrice presenta un documento dedicato alle scuole, a cura del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni Emilia Romagna (Bologna, 25 ottobre 2016).

Ecco il link al pdf scaricabile:

Protocollo d’intesa per le scuole sull’uso consapevole delle nuove tecnologie da parte dei giovani e sulla prevenzione del cyberbullismo

Il documento conclude la relazione di Silvia Fontana e manifesta la sensibilità crescente nei confronti della gravità del tema; anche le conseguenze penali commisurate ai reati rappresentano un chiaro segnale.

A chi rivolgersi in caso di cyberbullismo o altre situazioni spiacevoli

Il questionario sul cyberbullismo di cui si è trattato all’inizio ha messo in primo piano i genitori e gli insegnanti come referenti a cui affidarsi in caso di problemi riscontrati dai ragazzi intervistati navigando in rete.

In chiusura del workshop la relatrice, oltre ad invitare a contattare la Polizia Postale per chiedere aiuto, indica il numero 114 di Telefono Azzurro gratuito e attivo tutti i giorni 24 ore su 24 per segnalare abusi, situazioni di disagio e contenuti pedopornografici, illegali o nocivi per bambini e adolescenti reperiti in rete.

Disegni in mostra e manifesto dell’evento

La mattina di studio termina con la possibilità di visionare la mostra di disegni sul tema del cyberbullismo realizzati da tutte le classi delle scuole secondarie di Lugagnano, Vernasca e Morfasso. Uno dei disegni è stato selezionato per essere inserito nel manifesto dell’evento.

La realizzazione dei disegni fa parte della campagna contro il cyberbullismo portata avanti dai docenti di arte Silvia Romiti ed Emmanuele Gruppi in tutte le classi terze della scuola secondaria, nell’intero Istituto Comprensivo.

Attraverso la creatività i ragazzi hanno esplorato una parte di realtà che tende a rimanere nascosta ma che, al contrario, deve essere guardata con sempre maggiore consapevolezza per poter vivere la rete nel migliore dei modi.

Il web è uno strumento dalle enormi potenzialità positive che, purtroppo, può essere utilizzato anche male: per tutelarsi occorre conoscere e informarsi.

Conclusioni

Educazione digitale significa che la rete è bella se utilizzata bene. Occorre conoscerla altrettanto bene e sapere che ogni contenuto condiviso nel web è pervasivo e persistente, nello spazio e nel tempo.

Ma, soprattutto, educazione digitale significa riflettere su un’altra emergenza educativa, quella che riguarda i genitori: devono essere informati e consapevoli per poter trasmettere gli stessi valori ai propri figli e aiutarli a vivere al meglio il web e le possibilità che offre.

La scuola è importante, ma i genitori hanno un ruolo insostituibile a cui non possono sottrarsi. Lo dico da mamma, quindi parlo prima di tutto per me stessa.

Costruire e coltivare le relazioni con i figli, concordare le regole da rispettare, favorire il dialogo in ogni modo: ritengo siano questi i principali strumenti per affrontare con il piede giusto l’infinito mondo del web.

Vuoi approfondire, esprimere il tuo parere o raccontare la tua esperienza? Ti aspetto qui sotto nei commenti.

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Scrivere per il web: approccio umano e strategico, Latina 27.01.2017

Alzai gli occhi offuscati: in alto, vertiginoso, vidi un cerchio di cielo così azzurro da parermi di porpora.

Jorge Luis Borges, “L’immortale”, in L’Aleph

Questa frase è tratta da un libro di racconti: che cosa c’entra tutto questo con il copywriting e con la scrittura professionale?

Sono parole che generano attenzioneSono parole che creano sorpresaSono parole che costruiscono un effetto visivoSono parole che esprimono una voce unicaSono parole memorabili.

Proprio come dovrebbero essere le parole che riguardano il personal branding e il corporate branding.

In fondo a questo breve post condivido il link alle slide del mio intervento sul copywriting che ho tenuto alla giornata di formazione Social Girls – Rosa Digitale, organizzata da Cosedabionda di Alessandra Ortenzi e Valentina Baldon.

L’evento si è svolto il 27 gennaio 2017 presso BIC Lazio Incubatore d’impresa, nella sede di Latina.

Ringrazio per gli scatti Rita Fortunato (foto in alto a destra), Sara Daniele (foto a destra al centro e a sinistra in basso) e Bruna Athena (foto in basso a destra).

Il mio speech è racchiuso nella presentazione che ho postato su Slideshare.

Ecco il link: buona visione e buona lettura!

Scrivere per il web: approccio umano e strategico

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Educazione digitale: al via il corso-laboratorio di Rachele Zinzocchi

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Digital education: di che cosa si tratta, e perché serve? Sabato 17 dicembre, in TIMspace a Milano, Rachele Zinzocchi ha dato il via ad un nuovo percorso – un vero e proprio laboratorio in costruzione – per portare un cambiamento decisivo nel nostro modo di fruire della tecnologia e del digitale.

Formazione, interazione, comunicazione

Laboratorio di educazione digitale, che significa? In questo post vorrei raccontarvi almeno alcuni tra i punti salienti della prima giornata del corso organizzato da Rachele Zinzocchi.

Non è una trattazione esaustiva perché la giornata è stata davvero ricca e intensa e non è possibile riportare qui tutti i temi affrontati: ho preferito selezionare alcuni concetti essenziali e i valori alla base del percorso di formazione che le persone interessate potranno approfondire insieme agli esperti presenti, volta per volta, nelle prossime puntate del corso.

Un progetto collaborativo

Accanto a Rachele Zinzocchi sono intervenuti Lucia Pecora, Daniele Salvaggio, Pierluigi Vitale, Fabio Ferri, Andrea Trapani, Giovanni Corbetta: professionisti ed esperti che hanno interagito costantemente con il pubblico, sia nel fornire informazioni dettagliate, sia nel chiedere riscontro sulle pratiche quotidiane nell’uso degli strumenti disponibili in rete.

Come spettatrice e come mamma vorrei fare una menzione speciale: il team è stato affiancato da Tamara Maggi – finalmente ho potuto incontrarla di persona – una mamma d’eccezione che ha dato il suo supporto nella comunicazione dell’evento anche live mediante i social, e non solo.

Per costruire l’articolo mi sono servita dei miei appunti sparsi e ho preso spunto dal live tweeting realizzato in modo collaborativo dalle persone presenti all’incontro, che hanno twittato con gli hashtag #Educazione #Digitale, #EducazioneDigitale, #DigitalEducation, #Digital #Education.

I protagonisti della digital education siamo noi

La giornata ha avuto molteplici linee di sviluppo che si sono incrociate positivamente.

Un concetto chiave della giornata è stato quello della connessione necessaria e costante tra generazioni diverse: giovani e meno giovani, figli e genitori, ragazzi ed educatori possono imparare a vivere bene il digitale solo se riescono a interagire in modo positivo, con vantaggio reciproco.

L’educazione digitale è una forma di cultura che può svilupparsi solo se il dialogo tra generazioni diverse è continuo e costruttivo, solo se i più piccoli crescono insieme agli adulti, in un circuito virtuoso di scambio e conoscenza.

Il digitale utile, l’utile del digitale

L’educazione digitale è un tema utile per tutti, contemporaneo e trasversale, che interessa molti ruoli allo stesso tempo: dai genitori ai figli, dai giovani al mondo imprenditoriale, dagli operatori del settore digitale al mondo della scuola.

In proposito si è parlato in modo approfondito della necessità di una educazione civica digitale a partire dalla scuola secondaria di primo grado, ex scuola media.

Nell’ottica di un buon uso del digitale è stato illustrato un progetto teso a collegare il mondo della scuola alle opportunità offerte dall’utilizzo di un social come Facebook nel contesto didattico: uno spunto davvero interessante per conoscere meglio la piattaforma come strumento e per utilizzarlo in modo costruttivo.

Il digitale è uno strumento. Non è buono, e non è cattivo

La rete e le piattaforme digitali che usiamo ogni giorno non sono né buone né cattive. Per un professionista del web può sembrare una affermazione banale, ma è proprio qui il vero fulcro della materia per un uso consapevole di queste nostre appendici tecnologiche da parte di tutti noi, percepite particolarmente naturali dagli utenti più giovani, chiamati per questo nativi digitali.

La consapevolezza e la responsabilità che devono sottostare ad ogni gesto che compiamo on line è essenziale da una parte per vivere serenamente la rete e le sue dinamiche, e dall’altra per difenderci da situazioni pericolose che possono portare anche a perdere la vita, come accaduto in vicende di cui tutti abbiamo sentito parlare.

#StopWebViolence, troll e cyberbullismo: alcune buone pratiche da seguire

In concreto, una pratica sulla quale si è insistito molto durante la giornata-evento è stata quella di non pubblicare contenuti che ci presentino, solo per fare un esempio, in situazioni private, e di non pubblicarli nemmeno con una privacy limitata, perché una volta messi in circolazione possono sfuggire completamente al nostro controllo e generare una diffusione che non siamo più in grado di fermare, con conseguenze anche molto gravi se non bloccata per tempo.

A questo proposito potrebbe anche capitare che alcuni nostri contenuti – foto, ad esempio – siano scaricati e utilizzati da altri in modo improprio, anche se si tratta di materiali che ci presentano senza connotazioni negative.

Potrebbe succedere che una persona ci attacchi con pretesti vari e prosegua con insulti e atteggiamenti di grave prevaricazione.

In tali casi la prima cosa da fare è non dare alcun seguito alle persone che compiono queste azioni – don’t feed the troll – quindi bloccare subito questi profili e fare immediatamente uno o più screenshot da sottoporre nel tempo più breve possibile alla Polizia Postale.

Dati, sicurezza e tool utili per vivere meglio il digitale

In una fase di approfondimento tecnico si è parlato di dati, con particolare riferimento a WhatsApp e Telegram, app quest’ultima attualmente riconosciuta per la sua sicurezza. A titolo di esempio, a proposito di WhatsApp e della sua acquisizione da parte di Facebook, si è posto l’accento sulle clausole non per tutti chiare e spesso macchinose – che, di conseguenza, in pochissimi leggono – in riferimento all’uso dei nostri dati.

In linea molto generale, i nostri dati vengono raccolti e utilizzati dalle piattaforme di vario genere che ci offrono i loro servizi gratuiti, dai motori di ricerca ai social alle applicazioni di messaggistica: vengono organizzati per profilare gli utenti e, ad esempio, per mostrare annunci pubblicitari mirati.

Tra i vari tool utili presentati uno in particolare mi ha colpito. Per illustrare come è possibile recuperare in modo molto semplice tutto ciò che pubblichiamo è stato mostrato uno strumento in grado di individuare in un solo clic tutte le tipologie di contenuti pubblici inserite da un profilo personale qualsiasi in Facebook.

Ciò non è stato fatto per generare inquietudine fine a se stessa – sulla quale si è anche scherzato durante il corso – ma per confermare ancora una volta che solo la consapevolezza del digitale come insieme di strumenti, la conoscenza delle dinamiche che governano le azioni on line e la responsabilità con cui compiamo ogni nostro gesto in rete possono contribuire a rendere l’universo digitale un mondo migliore in cui abitare, da armonizzare con la nostra vita off line.

Conclusioni

Spero di avervi dato con questo post almeno un cenno dell’importanza e della ricchezza dei temi affrontati durante la giornata del 17 dicembre.

L’attenzione è stata puntata sulla formazione degli adulti, perché i giovani possano vivere al meglio, insieme a loro, il digitale in cui sono nati, e sull’idea di laboratorio permanente come strumento per una formazione di valore.

Questo post non è esaustivo e non potrebbe esserlo: per prima cosa ti consiglio di seguire Rachele Zinzocchi e le prossime puntate del suo corso-laboratorio. Se desideri aggiungere a questo post informazioni più complete e dettagli approfonditi ti invito a farlo – è essenziale per la crescita di tutti – nei commenti qui sotto. 

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[link] Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini

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Oggi sono ospite di Keliweb, che mi ha intervistata. Ringrazio di cuore Vincenzo Abate e il suo staff per la bella opportunità che mi hanno offerto. Ed ecco a voi cosa ne è uscito… Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini.

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Vietato non toccare. Giocare con Bruno Munari: una esperienza analogica

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In una mezza giornata di emozioni sono confluite la parte bambina di me, la vita segreta del copywriter (analogico) e la mamma in cerca di nuovi spunti creativi per i suoi pargoli.

Visitare un museo – a modo mio – è parte delle attività che amo da sempre. Far rinascere #lapartebambinadime in ogni occasione possibile è fonte di gioia, ma anche una scelta a volte faticosa per vivere meglio.

Visitare la mostra Vietato non toccare al Muba Museo dei Bambini di Milano ispirata all’opera e alla didattica di Bruno Munari è stato il connubio di queste due esperienze, complice una zia innamorata del proprio nipote.

Alla ricerca del mondo analogico

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Ho scelto di scrivere questo post perché la dimensione analogica della vita è essenziale accanto al digitale in cui viviamo ogni giorno.

Ciò vale per gli adulti e a maggior ragione per i bambini, che devono imparare sin da piccoli a relazionarsi con la realtà e a lasciarsi libero del tempo per assorbire quegli elementi funzionali a stimolare la curiosità, la voglia di sperimentare, le nuove connessioni creative.

Si tratta di strumenti cruciali prima per la vita personale, e poi – in un futuro che non è mai troppo lontano – per la vita professionale.

Perché è vietato non toccare

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Visitando la mostra Vietato non toccare ho avuto occasione di sperimentare sulla mia pelle la sapienza creativa e didattica di Bruno Munari, artista designer che in tutta la sua attività ha operato per coltivare la fantasia, l’immaginazione e la creatività dei bambini.

Visitare la mostra Vietato non toccare ha avuto il significato di un viaggio alla riscoperta del mondo analogico, così importante per ognuno di noi e soprattutto per i più piccoli già immersi nel digitale.

Sperimentare con i nostri sensi

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Come puoi vedere dalle foto, in questa mostra-gioco interattiva mi sono divertita molto ma ho imparato anche tanto. Confesso di aver abbandonato la visita guidata più volte per fare esperienza degli oggetti di Bruno Munari, con le mie mani. Confesso di aver visto bimbi pazienti mettersi in fila dopo di me per aspettare il loro turno.

Ti illustro alcune tappe del percorso, una selezione di suggestioni che provo a raccontarvi. Ti invito a visitare di persona la mostra con i bambini: il divertimento e gli insegnamenti che puoi trarne sono assicurati per tutti.

Colori e materia: creiamo un libro

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Con le nostre mani è possibile dare vita ad un piccolo progetto che possiamo portare a casa. All’inizio del percorso ci rechiamo in uno spazio con tanti tavolini a misura di bambino, in cui troviamo pastelli a cera colorati, foglietti di carta di vario colore già preforati e, infine, porzioni di superficie materica di diverso tipo, su cui possiamo sperimentare la tecnica del frottage.

Quando sovrapponiamo il foglio di carta ad una delle tante mattonelle materiche a disposizione – legno, metallo, materie plastiche, tutte diverse tra di loro al tatto oltre che alla vista – e passiamo il pastello colorato sul foglietto, possiamo ottenere una serie infinita di texture e combinare tra loro, a nostro piacimento, forme e colori. L’effetto è ancora più bello e luminoso se usiamo pastelli chiari su un foglietto nero.

Al termine del gioco possiamo rilegare i nostri disegni con un cordoncino che ci viene fornito: porteremo con noi un piccolo album creativo che possiamo replicare a casa tutte le volte che vogliamo, divertendoci a trovare di volta in volta una superficie nuova di cui avere l’impronta.

Con tutto il corpo: entriamo nelle scatole arredate

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Una tappa del percorso molto amato dai bambini – e non solo – consiste in una serie di cubi di legno cavi, con il lato di circa un metro, all’interno dei quali è possibile entrare con tutto il corpo.

Ogni cubo ha un arredo interno realizzato con materiali differenti: dalle pareti a specchio all’imbottitura interna su tutte le dimensioni per creare una sorta di divano-nido cavo, dalla tappezzeria scura ai morbidi cuscini. Per lasciarvi la sospresa non vi rivelo tutto e lascio a voi il gusto della scoperta.

Ogni visitatore è libero di interagire con ogni cubo arredato, può entrare a piacimento dove vuole e in qualsiasi successione, può tornare più volte sui propri passi e creare così il proprio percorso sensoriale attraverso la vista, il tatto, l’udito e anche l’olfatto.

Immagini e fantasia: costruiamo una storia

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Ti racconto un altro tratto della mostra capace di coinvolgere sia i bambini sia gli adulti.

Si entra in un lungo spazio arredato con una parete luminosa dove sono esposte tante schede quadrate trasparenti che riportano un disegno colorato ciascuna: un cielo stellato, una luna, una scala, un albero, un omino con l’ombrello, un ciuffo d’erba.

Possiamo scegliere diverse schede e, appoggiandoci su piccoli tavoli luminosi adatti ai bambini, siamo invitati a comporre una storia sovrapponendo tra di loro i disegni presenti su ogni scheda.

L’obiettivo del gioco è far raccontare ai bambini la storia ispirata dai disegni che mano a mano si sovrappongono.

Inutile dire che hanno dovuto insistere per farci visitare le altre sezioni del percorso. Noi per ora, un pochino a malincuore e con tanta voglia di ripetere l’esperienza a casa, ci spostiamo verso l’area pranzo e lasciamo a te il piacere di scoprire quello che non ti ho raccontato.

Vietato non toccare: info pratiche per visitare la mostra

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La mostra è visitabile fino al 26 marzo 2017.

Come illustra il sito web Muba,

Vietato non toccare è una mostra-gioco interattiva per bambini dai 2 ai 6 anni alla scoperta del lavoro di Bruno Munari. Realizzata da Muba e Associazione Bruno Munari con la collaborazione di Corraini Edizioni.

Il Muba ha sede presso la Rotonda della Besana, un vasto complesso architettonico in stile tardobarocco.

Indirizzo: via Besana 12, Milano. Ecco come raggiungere il Muba.

Posteggio: in zona ci sono alcuni parcheggi coperti a pagamento per chi arriva in macchina.

Ingresso: bambino 8 €, adulto 6 €. Sono possibili altre opzioni di prezzo per famiglie e visitatori aggiunti.

La visita è guidata e ha una durata di circa 75 minuti. Gli ingressi sono a orari fissi e occorre verificare sul sito web la disponibilità di posti e prenotare la propria visita. Occorre anche verificare sul sito gli orari di apertura che possono subire modifiche durante le festività.

Tutte le info sono reperibili in questa pagina web.

Ti ricordo di recarti al museo con calze non bucate 🙂 I visitatori devono togliere le scarpe, sia i bambini, sia gli adulti che li accompagnano.

Potrai completare la visita con uno sguardo al Bookshop, in cui è possibile trovare libri d’artista e alcuni tra gli oggetti incontrati in mostra.

Per concludere in bellezza rimane da menzionare il quinto senso, il gusto. Bistro è un ambiente delizioso dove è possibile mangiare con comodi posti a sedere. Se desideri fermarti in questo spazio è consigliato riservare il posto.

Buona visita! 🙂

Ti è piaciuto l’articolo, oppure hai già visitato la mostra e vuoi parlarne? Ti aspetto qui sotto nei commenti.

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Prospettive Radici Visioni

Lentezza, tempo e creatività. Un libro letto, e un altro da leggere

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Come è possibile vivere la dimensione della lentezza in un mondo sempre più vorticoso e in preda alla velocità? Ecco una riflessione personale, non esaustiva, non scientifica e puramente improntata alla mia esperienza, da cui sarebbe bello aprire un confronto.

[nella foto, un esempio di splendida lentezza: le conchiglie fossili incastonate nelle pietre della Collegiata di Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, risalenti ad alcuni milioni di anni fa]

Pensiero lento e pensiero rapido

Lentezza: oggi torno a uno dei temi che mi stanno particolarmente a cuore.

Accanto alla lentezza, in questo post troverai tanti altri spunti su cui ho riflettuto e su cui sarei felice di stuzzicarti: in ordine rigorosamente sparso ti parlerò di memoria, no al multitasking, utilizzo strategico del tempo, creatività, otium, libri.

Pensiero lento e pensiero rapido: partiamo dall’elemento che ha scatenato questo post, e cioè dall’arte di incastrare frammenti di pensiero lento all’interno di una successione di pensieri – e azioni – rapidi.

Elogio della lentezza

Questo post nasce dal libro Elogio della lentezza di Lamberto Maffei: è un piccolo volume che sintetizza molto bene, dal punto di vista delle neuroscienze, la differenza e l’abbinamento tra i due approcci – lentezza e rapidità – nella nostra vita di esseri umani.

Ho apprezzato il libro per la sua grande chiarezza e per la sua capacità di toccare diversi ambiti culturali, dall’educazione nella scuola alla letteratura, dall’arte all’economia.

Il libro va a coronare una serie di miei pensieri sparsi sulla lentezza che finalmente posso considerare non del tutto folleggianti e che, anzi, sto cercando di praticare – con buoni risultati devo dire – nella mia stessa vita personale e professionale. Spero quindi di offrirti uno spunto utile su cui riflettere e confrontarci.

Il tempo è la nostra ricchezza

Il concetto da cui prendo avvio è il tempo.

Il tempo è denaro, come si dice più o meno consapevolmente. Sì, ma quale tempo? Quel tempo in cui riusciamo a non programmarci, a non organizzarci, a lasciarci stupire dalla natura o da un’opera d’arte è tempo guadagnato per noi, tempo che va ad arricchire la nostra vita personale e, alla lunga, tutto il sostrato che sta alla base della nostra professionalità.

Il tempo è ricchezza, se lo usiamo per noi stessi e per crescere come persone. Mi sbilancio ed esagero, ma non troppo: la crescita professionale è la conseguenza naturale di un utilizzo cosciente e strategico del nostro tempo.

Usiamo bene la nostra memoria

Al buon uso del tempo collego il buon uso della memoria. Inizio con un aneddoto tra il serio e il faceto, di cui sono protagonista.

Anni fa ho fatto da sola il mio primo viaggio molto lungo, in previsione del quale avevo la sensazione che avrei potuto perdere la memoria, come se dovessi spostarmi in un altro universo, in un’altra dimensione. Se vuoi te lo racconto, altrimenti salta al paragrafo successivo.

In quella occasione – come se il trasferirmi altrove dovesse comportare una modifica definitiva su di me, come poi è realmente avvenuto, ma in un altro modo – ho messo in valigia una serie di biglietti scritti a mano con i miei numeri di telefono, il mio indirizzo di casa, i nomi dei miei cari e dei familiari e altre informazioni personali che io non dovevo perdere, per me stessa.

Questo per introdurti a ciò che penso della memoria, a partire dalla netta contrapposizione tra il tutto e subito e il tempo della memoria e della riflessione.

L’otium ci salverà

Tra i miei pensieri ricorrenti, c’è quello per cui a causa delle parti più negative della nostra cultura, o dis-cultura, nei bambini della nostra generazione e delle successive possano andare persi la memoria e il pensiero lento. Per questo motivo regalo, soprattutto ai bambini, quasi esclusivamente libri oppure oggetti che stimolino una fruizione lenta, curiosa e creativa.

Bisogna insegnare ai bambini – ma anche gli adulti devono imparare – ad annoiarsi, ad avere davanti a sé un tempo vuoto, non organizzato.

Bisogna insegnare ai bambini a ritagliarsi dei momenti in cui non avere nulla da fare, ad investire un certo tempo in quello che corrisponde al concetto di otium nella cultura e nella lingua latina: è proprio in questo tempo che nascono connessioni impreviste e premesse creative.

Lasciamo spazio alla mente

Ti faccio subito un esempio di come lasciare spazio al cervello e alla mente.

Fino a una decina di anni fa – ero giovane, anche – ho sempre avuto ottima memoria, sia a breve termine sia a lungo termine, ed ero effettivamente multitasking.

Poi è successo qualcosa: ho iniziato a fare un uso diverso della memoria a breve e a brevissimo termine, nel senso che sono stata spinta ad utilizzarla di meno.

Credo che questo sia avvenuto prima di tutto a livello fisiologico, visto che la gioventù ormai se ne è andata, ma sono propensa a ipotizzare che sia avvenuto anche per una sorta di sopravvivenza, per lasciare aria al mio cervello affinché – penso io – potesse funzionare meglio.

Creatività e memoria a lungo termine

Mi sono accorta di questo processo di alleggerimento della memoria alcuni anni fa e da allora, in modo consapevole, cerco di non utilizzarla troppo né di forzarla, perché mi rendo conto che perderei spazio importante per l’imprevisto e soprattutto per connessioni e associazioni nuove.

Per una mia prediposizione personale mi segno tutto in modo analogico su carta, biglietti, agenda. Se non facessi così, ho la sensazione che non potrei avere mai la testa libera, sarei sempre impegnata a ricordare forzatamente e non darei nessuno spazio alle prime scintille di immaginazione che poi, con adeguato processo, portano alla creatività.

Faccio invece molta leva sulla memoria a lungo termine, quella rivolta al tempo passato, di cui cerco di conservare e trasmettere emozioni e sensazioni che rendano ricco e consapevole il mio presente.

Perché allontanarsi dal multitasking

Per quanto riguarda il multitasking, da quando al lavoro ho unito famiglia e figli ho capito che questa pratica, ma soprattutto la volontà di essere multitasking, mi avrebbero danneggiata.

Nei limiti del possibile, perché poi la vita ti costringe di fatto ad esserlo, cerco di non agire in multitasking in modo volontaristico.

Cerco di procedere a compartimenti stagni, cerco di concentrarmi su una attività per volta. Per raggiungere l’obiettivo e svolgere le attività più complesse individuo ore di tranquillità quasi totale e scelgo approcci particolari.

Ad esempio, sfrutto i lavori metodici o manuali come se fossero una fucina di tempo deprogrammato. Il lavaggio dei piatti, la piegatura dei panni, la pulizia dei pavimenti e altre amenità non sono mai stati, per me, così piacevoli e produttivi. Provare per credere!

Un libro da leggere

Concludo con un proposito di lettura: Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman, suggeritomi qui da Riccardo Scandellari, un libro al vertice della mia lista dei desideri da ormai troppi mesi. E tu, lo hai già letto? Che cosa ne pensi? Ti aspetto nei commenti.

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Prospettive

[link] Copywriting e relazioni: dal tempo della carta al tempo dei social

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Oggi non posto qui, ma sono onoratissima ospite di Roberto Gerosa su SocialDaily con l’articolo Copywriting e relazioni: dal tempo della carta al tempo dei social. Enjoy! 🙂

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Prospettive Radici Visioni

Vedere in bianco e nero, scrivere a colori

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Parole e immagini, testi e fotografia: è utile creare una connessione tra il mondo della scrittura e il mondo della visione?

Premessa

Qui non si parla di come costruire i post, ma di un approccio di base. Per i preziosissimi seguaci di questo blog non è più un segreto che nel mio percorso siano accostate le due dimensioni, parola e immagine.

Di conseguenza sin dall’inizio ho scelto di inserire nel blog, con una buona dose di trepidazione, solamente fotografie scattate da me. Se anche questa volta sei coraggioso e paziente e vuoi leggermi fino in fondo, provo a raccontarti come agisce sulla mia attività di scrivente-occhialuta la mia passione di vedente-con-obiettivo.

Ti lascio una riflessione emozionale sulla mia esperienza fotografica in bianco e nero correlata alla scrittura. In ordine sparso troverai anche: una piccola nota sull’uso del colore, un grazie diffuso, uno sconfinamento nella tua vita personale senza chiedere permesso, una lacrimuccia finale.

Vedere ciò che non si vede

Fotografare in bianco e nero è faticoso. Vedere in bianco e nero è un percorso di estrazione di segnali, di indizi, di elementi per dare rilievo alle suggestioni e alle emozioni che provengono dalla realtà, anche quella più comune e quotidiana. Vedere in bianco e nero è, paradossalmente, un modo per riscoprire ciò che non si vede dandogli una visibilità nuova, facendo leva proprio sulla mancanza di quell’elemento così importante che è il colore. Vedere in bianco e nero è come colorare senza colore. Vedere in bianco e nero è come svelare i segreti che si nascondono dietro al colore.

Per questo, a volte, penso che fotografare a colori – pratica che amo allo stesso modo – sia molto più faticoso rispetto al fotografare in bianco e nero.

Il bianco e nero toglie subito ogni distrazione e, se vogliamo, ci trasporta immediatamente sotto la pelle del mondo che vediamo, in una dimensione che percepiamo subito essere diversa ma ancora in grado di raccontare. Basta pensare, per fare un esempio alla portata di tutti, alla sensazione di lontananza-vicinanza che proviamo di fronte ai vecchi fotoritratti di famiglia in bianco e nero, tralasciando il fatto se siano stati scattati o meno da un occhio creativo.

Colore & bianco e nero a confronto

Rispetto al bianco e nero, per quanto mi riguarda fotografare a colori richiede un discernimento ancora maggiore perché, seppur colorata, la fotografia non è – mai, né a colori né in bianco e nero – una pura e semplice ripetizione o trasposizione oggettiva del reale. Quindi la mia percezione è che, fotografando a colori, il lavoro di astrazione necessario debba ulteriormente crescere.

Detto ciò, torno alla fotografia in bianco e nero e alla continua riscoperta che ne sperimento. Non riesco, neppure sforzandomi, a definire la fotografia in bianco e nero come una cosa vecchia. Anzi, mi sembra che il bianco e nero offra la possibilità di un approccio sempre nuovo, diverso, laterale, parallelo o profondo, a seconda dei casi. Un approccio che non è mai scontato, un approccio necessariamente parziale perché corrisponde ad uno sguardo e ad una emozione da esprimere e condividere, un approccio che intuisce una potenzialità: dare ad ogni scatto una interpretazione nuova della realtà.

Nella mia esperienza fotografare in bianco e nero è un processo di riconoscimento, selezione, tessitura, composizione che assomiglia alla creazione – ma preferirei dire alla invenzione, nel suo significato di ritrovamento – di un testo.

Ciò che conta è il nostro approccio alla realtà

Partiamo dalla fine del processo. Nessun testo, breve o lungo, nasce all’improvviso. Può essere scritto di getto, accade certamente e in sé non è un male. Nel migliore dei casi, però, ciò accade solo alla fine di un lungo percorso preparatorio – fatto di sedimentare, decantare, distillare – che conduce lo sguardo, la mente, il cuore a  individuare e soprattutto a connettere le immagini, le suggestioni, le emozioni principali che costituiranno l’anima del discorso.

Quando l’attenzione che poniamo alla realtà è desta, curiosa e consapevole, gli elementi che ci interessano possono riemergere da un momento all’altro e dai contesti più vari che abbiamo precedentemente vissuto, percepito, assimilato, amato: dalla vita di ogni giorno, dalla letteratura, dall’arte, dalla natura.

Questo percorso, che è una premessa utile allo svolgersi del processo creativo, non nasce dal nulla ma da tracce che ognuno di noi può cogliere in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento della vita. Ciò che fa la differenza è il nostro approccio alla realtà, la voglia di guardarla da punti di vista sempre nuovi in grado di rivelarci prospettive impreviste.

Scrivere significa ritrovare

Concludo con un parallelo che proviene dalla mia esperienza, è un tirare le fila più o meno condivisibile e forse anche più o meno comprensibile, ma questo me lo dirai tu che con coraggio e pazienza prosegui nella lettura.

Come la redazione di un testo – più o meno emozionale a seconda dei casi, ma il processo creativo per me non cambia – ricava qui ed ora la propria sostanza dal mio vissuto personale accumulato amorevolmente negli anni, e man mano che si sviluppa è in grado di far ri-emergere ritagli di vita, emozioni, sensazioni, alla unica condizione di aver dato loro valore e peso nel mio spazio-tempo passato, così la fotografia in bianco e nero è in grado di ri-mostrarmi qui ed ora anche ciò che adesso non si vede: un ricordo dimenticato, un luogo somigliante, una sensazione già provata, perché nel tempo li ho amati, elaborati, resi parte di me. Ciò significa ri-vivere, ri-trovare, ri-conoscere.

Guarda in bianco e nero, vivi (e scrivi) a colori!

Tutto ciò per dirti con quanto amore e dedizione arrivo a confezionare un testo, breve o lungo che sia. Per me è la soddisfazione più grande, e ti spiego perché. Ci metto dentro ciò che di meglio la vita mi ha offerto e mi offre. Si tratta di una scelta non sempre facile, che mi costringe ad affrontare tutto con positività.

A volte è una vera e propria scommessa. Cose da pazzi in un mondo folle. Per questo sono grata al mio ex capo, di cui taccio qui i difetti, ma così splendidamente tenace e visionario – se mi sta leggendo lo saluto in diretta. Sono grata a chi mi ha insegnato molto, anche senza saperlo. Sono grata ad un mestiere in grado di darmi ogni giorno qualcosa di importante. Ho volutamente sorvolato qui sugli aspetti strettamente tecnici per raccontarti la parte più emozionale, forse più intima e unica del mio lavoro.

Ora che sta per scenderti (forse) la famosa lacrimuccia, mi intrufolo nella tua vita e ti faccio una proposta: prova a vedere in bianco e nero ciò che ti circonda. Cerca chiarezza e senso nella complessità, non farti distrarre. Less is more: seleziona ciò che è davvero importante per te e costruisci su quella base il tuo percorso, che – se vorrai – da personale potrà diventare un’avventura professionale. Guarda in bianco e nero, vivi a colori!

Ora tocca a te

Ti è piaciuta questa riflessione? L’hai trovata comprensibile? Aiutami a migliorarla, lascia qui sotto il tuo commento. Grazie!

Leggi anche

Approfondisci il tema da una diversa prospettiva: Tra parole e immagini. Contrappunti

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Prospettive

Facebook: scegli di vedere i contenuti che vuoi tu, non quelli che vuole lui

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Per te che leggi: nota del 2026. Questo articolo del 2016 è diventato storico, ormai è un documento del passato. Sono cambiate talmente tante cose che lo lascerei così, come testimonianza del tempo che fu. Tu cosa faresti?

Per te Facebook è un groviglio da sfoltire?

Ti sei mai chiesto cosa puoi fare perché le notizie che visualizzi su Facebook vadano un pochino oltre i saluti del mattino, del pomeriggio, della sera e della notte, caffettini, gattini e cuoricini?

Se te lo sei chiesto almeno una volta, ti indico qualche piccolo passo da compiere per far sì che Facebook ti mostri quello che vuoi tu, e non quello che vuole lui?

Seleziona i contenuti per la tua home di Facebook

In questo post vorrei condividere con te due pratiche davvero semplici ma utilissime che, per quanto mi riguarda, hanno reso molto soddisfacente l’utilizzo di Facebook per reperire informazioni e notizie o, più in generale, per seguire i contatti e gli ambiti che mi interessano maggiormente sul piano sia personale sia professionale.

Se ancora non le usi, ti illustro le opzioni che inizieranno a trasformare il tuo modo di utilizzare Facebook: Mostra per primi e Notifiche.

L’uso di queste opzioni rende un po’ meno imperante il famoso algoritmo di Facebook, almeno finché il social blu non rimescolerà nuovamente le carte, e allora ne riparleremo!

Mostra per primi

L’opzione Mostra per primi è attivabile sia per le fan page, sia per i profili personali.

Nella versione Facebook per desktop apri la pagina fan che ti interessa. Se non avessi ancora messo Mi piace mettilo e, una volta fatto, puoi selezionare l’opzione Mostra per primi all’interno del menu che compare cliccando sul pulsante Mi piace.

Sempre nella versione per desktop, sia per i profili personali che sono nostri amici, sia per i profili personali che desideriamo semplicemente seguire, è possibile scegliere l’opzione Mostra per primi che si trova cliccando rispettivamente sul pulsante Amici Segui già.

Nella versione per dispositivo mobile cambia lievemente l’impostazione grafica: per le pagine fan dovrai interagire con l’icona Segui già e una volta selezionata l’opzione Mostra per primi verrà visualizzata una stellina. In modo analogo potrà essere attivata l’opzione per i profili personali.

Attivando l’opzione Mostra per primi troverai nella tua sezione notizie, il news feed, tutti i contenuti che hai prescelto e solo a seguire visualizzerai i rimanenti.

Notifiche

Premetto che questa opzione attualmente è attivabile solo per le pagine fan.

Se ti capitasse di aver superato il numero di Mostra per primi consentito (non chiedermi quanti sono, ovviamente io li ho già superati, ma a dire il vero non li ho ancora contati né ho cercato tramite Google questo numero) puoi decidere sia di rivedere le pagine a cui hai dato la precedenza, sia di utilizzare, in alternativa, le Notifiche.

Per attivare l’opzione è sufficiente interagire con l’icona Segui già / Pagina seguita nelle fan page che ti interessano e cliccare all’interno del menu che si apre.

Sia versione Facebook per desktop sia in quella per mobile è possibile scegliere la tipologia di contenuto per cui desideri ricevere la notifica.

Conclusioni

Per quanto concerne la mia esperienza e l’efficacia che sperimento, preferisco utilizzare i Mostra per primi invece delle Notifiche, perché non devo tutte le volte cliccare ulteriormente da altre parti e ricevo subito tutto nel mio news feed con maggiore completezza.

Le Notifiche sono più scarne e non subito comprendo di che cosa trattano i rispettivi contenuti, di conseguenza spesso mi è necessario cliccare sulla notifica per capirlo e lo faccio solamente se la pagina fan è per me davvero fondamentale. Si tratta comunque di un bel modo per non perdere aggiornamenti importanti.

Spero di esserti stata utile e ti ringrazio per aver letto fin qui. E tu, come organizzi il tuo feed di Facebook? Vuoi suggerirmi un altro modo per non perdere le notizie interessanti? Scrivilo qui sotto nei commenti.

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Prospettive

Self publishing, un mondo da (ri)scoprire?

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Mi autopubblico o non mi autopubblico? Questo è il dilemma. Prendo spunto da una chiaccherata con un’amica per approfondire con voi il tema del self publishing.

Racconti in cerca di un editore (forse)

Di recente un’amica mi ha chiesto indicazioni per pubblicare in autonomia alcuni racconti in un piccolo libro oppure in un ebook. Le ho suggerito qualche strada percorribile – mettendo un attimo da parte la possibilità di crearsi un bel pdf – e le ho accennato di self publishing, con la premessa che sono una grandissima e incorreggibile curiosa ma che non sono affatto un’esperta del settore.

E allora, mi direte voi, che cosa vieni a raccontarci oggi?

Di scintille e di altre storie

Vi spiego subito. Quando non conosco bene una cosa, ma questa stessa cosa mi lancia dei segnali del tipo «Ehi sono qui, con me potresti fare questo e questo e quest’altro, magari non proprio domani ma tra qualche anno, interessante vero?» il mio cervello comincia a lavorarci senza chiedere il permesso e mi fa capire che devo – subito o prima di subito – approfondire la questione.

Per questo motivo ho deciso di riprendere qui sul blog il filo del discorso avviato con la mia amica e di stendere una piccola riflessione sul mondo del self publishing, condividendo quello che di nuovo ho scoperto e che probabilmente alcuni di voi conoscono in tutto o in parte. Non è una trattazione esaustiva – non potrebbe esserla – e anzi chiedo a voi di condividere nei commenti le vostre esperienze in merito.

Autopubblicazione: che cosa significa

L’idea che mi sono fatta è più o meno questa. Innanzitutto, da diversi anni si sente parlare della procedura di self publishing, detta altrimenti autopubblicazione, e da subito si sono contrapposti gli schieramenti a favore o contro, in un contesto estremamente complesso – che qui non è funzionale analizzare – in cui l’editoria tradizionale ha mostrato, detto molto in sintesi, tanti segni della necessità di evolversi.

Estrapolo alcune indicazioni che ho trovato interessanti in un articolo de Il Post di gennaio, che vi linko appena sotto:

Il self-publishing è esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. Quando, subito dopo, gli eBook auto-pubblicati hanno cominciato a fare numeri importanti nei mercati di lingua inglese, i grandi editori se ne sono accorti e ci si sono buttati. Quella fase sembra terminata, anche in Italia.

Sempre a proposito di self publishing:

La sua vera novità consiste nel fatto che l’autore non divide i diritti con un editore, ma segue il libro in tutte le sue fasi, dalla scrittura alla scelta di titolo e copertina, decidendo se tradurlo e in quali lingue, come distribuirlo, pubblicizzarlo e venderlo. Al momento riguarda quasi esclusivamente il digitale, ma presto potrebbe cambiare anche il modo di fare libri di carta, i cui costi stanno rapidamente calando.

Fonte: Tutto sul self-publishing, Il Post, 11 gennaio 2016

Ciò significa – e qui vedo il maggiore interesse – che, paradossalmente, per creare un’opera autopubblicata occorra una professionalità di alto livello e non il suo contrario, e che sia necessaria una mole di lavoro affine – pur se non identico – a quella occorrente per un’opera di editoria tradizionale.

Self publishing, i contro che diventano pro

A questo proposito passerei ad analizzare i contro, ben espressi da Daniele Imperi nel suo post, incentrati soprattutto sulla necessità di svolgere un lavoro professionale in particolare a livello di qualità del testo. Vi inserisco un estratto e subito sotto il link al post:

Negli ultimi tempi gli autori che abbandonano le speranze di essere pubblicati da una casa editrice sono aumentati. In alcuni casi si dedicano al self-publishing anche autori che neanche hanno provato a farsi pubblicare da un editore: semplicemente hanno pensato che essere autori indipendenti fosse la soluzione giusta.

Fonte: Errori che continuo a vedere nel self-publishing, Daniele Imperi, 23 marzo 2016

Inutile dirvi che la mia immaginazione ha la meglio e corre a mille: in tutti questi no – che condivido concettualmente – io intravedo dei sì e delle opportunità da tenere in considerazione.

Quindi chiedo: vale la pena caricarsi di tanto lavoro per un prodotto di self publishing, a costi più o meno elevati, non solo in termini economici ma anche in termini di tempo investito?

Un lavoro professionale

Certamente non è necessario partire con un’opera in tredici volumi o con un’enciclopedia universale, ma non è questo il problema principale. Ciò che conta è voler fare un lavoro serio, professionale, anche molto piccolo ma estremamente curato sotto ogni aspetto, dalla progettazione alla distribuzione.

A questo proposito, sempre Daniele Imperi indica con molta lucidità, in un post di circa un anno fa, ciò che può offrire una casa editrice e ciò che il mondo del self publishing generalmente non garantisce. Ecco l’estratto e, a seguire, il link di riferimento:

Chi decide di pubblicare in self-publishing deve rimboccarsi quelle maniche, tirarle bene su e prepararsi a un lavoro differente e maggiore. Quanti autori hanno il tempo e anche la voglia di dedicarsi alla propria opera dal punto di vista editoriale?

Lo scrittore medio si dedica al suo libro dal solo lato artistico, letterario. Quello, poi, che gli compete. Ma, autopubblicando un libro, bisogna trasformarsi in editori di se stessi. E questo richiede impegno, un impegno che non tutti gli autori sono in grado, per mille motivi, di prendere.

Fonte: 7 motivi per non scegliere il self-publishing, Daniele Imperi, 12 maggio 2015

Detto ciò, la partita per la scelta tra il sì e il no rimane aperta su tutti i fronti.

I principali servizi di self publishing

Per completare il quadro ho cercato informazioni più precise su una strada effettivamente percorribile per una persona che voglia fare della scrittura di libri il suo lavoro, e ho trovato un elenco davvero molto ricco e approfondito dei principali servizi di self publishing nazionali e internazionali, collocato all’interno di un portale curato da un professionista esperto proprio in questo campo. Trovate anche consigli per non cadere in truffe o più in generale per declinare richieste non giustificate. Ecco un estratto e poi il link alla pagina:

Sempre più persone si stanno interessando al self publishing. Molte di loro, però, girano la Rete alla ricerca di notizie per poi imbattersi in improbi articoli redatti da chi, i servizi di self publishing, non li ha mai visti nemmeno in penombra.

Per questo ho deciso di redigere questa sorta di guida: in modo che chiunque possa farsi un’idea di cosa caratterizzi un servizio di self publishing e di quali siano i servizi più affidabili, nel Bel Paese e all’estero. Perché scrivere per il Web e sul Web si sta trasformando, sempre più, in un vero e proprio lavoro in grado di produrre guadagni importanti.

Fonte: I migliori servizi italiani e stranieri di self publishing, Roberto Tartaglia

Personalmente, sia per i libri in cartaceo sia per gli ebook, avevo sentito parlare di Lulu e di pochi altri. Ho approfondito la ricerca e ho appreso che ad esempio attraverso Lulu – ma non solo – è possibile vendere i propri libri sulle principali piattaforme on line, una volta valutati molto bene le condizioni e i costi necessari.

Giungo alle conclusioni. Alla luce delle informazioni che ho reperito e dell’interesse che suscita in me il settore dell’autopubblicazione, ritengo che la scelta di pubblicare un libro in modalità self publishing dipenda in primo luogo dalla tipologia e dalla qualità dello scritto.

Autopubblicazione: uno strumento da valutare?

A seguire andranno valutati gli obiettivi del lavoro, tra cui l’uso che se ne vuole fare, e qui per chiarezza indico due estremi che si trovano su una linea di possibilità quasi infinite: si va dal regalo per pochi (clienti, familiari) fino alla scelta della massima diffusione, attuabile quest’ultima sia nella modalità libro cartaceo e/o ebook gratuito (in tal caso potrebbe essere una risorsa per siti web) sia nella modalità a pagamento se si opta per un approccio di tipo imprenditoriale.

Che dite, il self publishing potrebbe essere uno strumento da prendere in considerazione sia per gli aspiranti scrittori, sia per progetti differenti?

Se l’articolo vi ha interessato ditemelo nei commenti e condividetelo dove preferite. Se volete raccontare la vostra esperienza e il vostro punto di vista vi aspetto qui sotto. Grazie!