Questo è il messaggio diretto al consorte dalla parte più piccola e imperativa della famiglia, invitata pochi minuti fa a sedersi a cena. Mi sono appena chiusa a chiave nell’ufficio portatile-tascabile, in questo inizio della mia serata lavorativa. Ho capito, sì, anche se il messaggio non era per me. E sappi questo, mia prole: tra due o tre ore buone, perché le tue batterie non sono mai scariche, verrò a darti la buonanotte e a giocare tra i tuoi sogni d’oro.
Il lavoro da casa è una abitudine per me, ma ho dovuto creare nuovissimi equilibri. E tu?
Penso al prato grande nel parco in mezzo ai boschi, a poca distanza da casa e dove un tempo tutti arrivavano a piedi. È il posto in cui ho giocato fin da piccolissima, lì ho mosso i primi passi. È un’oasi verde di foglie e azzurra di cielo, dove un tempo c’era il bosco delle fate, con alberi antichi dalle forme magiche. Chi si corica nel prato, chi gioca a palla, chi legge, chi dorme, chi abbraccia, chi non fa nulla, chi cerca la sua strada nei sentieri nel bosco. I genitori vi portano i figli, e i figli vi portano i loro figli, da una generazione all’altra. Gli amici vi portano gli amici, gli amori vi portano gli amori. È una verde e azzurra eredità del cuore.
In questo strano 2020 pensavo di cominciare a uscire dalla dimensione totalizzante di mamma che sino ad ora mi coinvolge, se non a tempo pieno, almeno a tempo considerevole nell’arco della giornata: non è così, non ne esco, e in ogni caso sono immensamente grata al mio consorte per il pari impegno sostenuto in questo r-esistere.
Sta succedendo che – come, credo, numerose colleghe – mi sento in una sorta di maternità permanente, e sto lottando non tanto per non farmi sopraffare dai figli, con i quali condivido gran parte della giornata – perché in realtà amo farmi sopraffare dal loro amore dirompente e da qualsiasi altra cosa sia collegata alla loro esistenza – ma sto lottando per resistere e crescere come professionista, pur restando madre, felice e cosciente di rimanerlo per sempre.
Il limite di tempo si sta dimostrando un confine sempre più importante da considerare: un tempo da attraversare e valorizzare con un bagaglio di fiducia, di perseveranza e di energia che non sospettavo di avere e che, anzi, temevo di dover utilizzare in circostanze complesse, poco controllabili e poco governabili come quelle attuali, che sono poi quelle della Vita tutta intera.
Madri, padri, non madri, non padri, single e tutti quanti: cosa è cambiato in questi ultimi tempi? Come ti senti?
Nella mia vita non ho mai avuto dei grandi colpi di genio, ma una tra le mie soddisfazioni più sentite è stata questa che vi racconto. Stavo aiutando il mio figlio grande a fare i compiti. Lui è più benevolo con le materie come matematica e geometria, e un po’ controvoglia doveva creare dei testi per italiano, sulla base di una traccia. Si trovava in difficoltà e quindi mi ha chiesto aiuto, senza troppe speranze visto che non era la sua attività preferita – anche se io vedo che è portato – e soprattutto senza fare alcun caso al mio lavoro collegato alla scrittura, che per molti anni ha considerato finto. L’ho accompagnato con uno sguardo il più possibile esterno (e poco materno) nel proseguire l’esercizio, ponendogli delle domande non dirette e facendolo riflettere. Alla fine è riuscito a completare in autonomia il compito e mi ha detto, incredulo del suo risultato – tutto suo – e con gli occhi che brillavano: Mamma, non so come ho fatto a scrivere, mi hai aperto la mente. Qui una madre si scioglie, dimentica ogni cosa e quando si riprende dallo svenimento si fa un paio di domande. Una risposta è che, di sicuro, il colpo di genio non l’ho avuto io.
Ho in testa una cosa che a me sembra semplice ma è difficile da scrivere, forse perché prima di tutto sento di doverla dire a me stessa.
A volte socchiudo gli occhi e intravedo, nel mio approccio adulto alla vita personale e professionale, un aspetto per cui sono grata: la traccia dell’essere stata bambina, una bambina fortunata.
Intravedo nel mio passato di bambina, e mai sopite, una pervicacia genuina, una determinazione appassionata, una sicurezza pacata – parecchio cocciuta, se non si fosse capito – nel voler fare le cose.
Ai tempi del mio essere bambina non mi applicavo allo scrivere, è un amore che avrei scoperto molto dopo, ma vivevo decisa nel fare le cose per me normali: assemblare fogli e disegni in finti-veri libri, preparare intrugli di erbe e semi per nutrire i poveri fiori del giardino, costruire invenzioni belle e inutili fatte di oggetti ritrovati.
Con gli occhi di oggi intravedo la stessa forza innata – potrei dire imperativa – nei miei figli e nei tanti bambini incontrati: piccoli maestri, cuochi, muratori, attori, librai, sportivi, veterinari, tutti a giocare con i mestieri più diversi e così profondamente, teneramente, potentemente inseriti nel loro ruolo, pervasi e illuminati dalla motivazione più grande del mondo.
Dopo essere stata bambina, per un po’ di anni c’è stata luce intermittente tendente al buio, seguita da una luce più stabile una volta intrapresa la mia strada.
E se provassimo a ritrovare in modo sempre più consapevole l’energia convinta, sia pure istintiva, che avevamo da bambini, una energia aperta alla sperimentazione, al fallimento, al continuo rialzarci dalle cadute?
E se provassimo ad alimentare ogni giorno questa luce, che a volte gioca a nascondino, anche nel nostro agire da adulti?
Beh, non so se si capisce ma l’ho detta, anzi l’ho scritta, e prima di tutto la ricordo a me stessa.
Che cosa è importante, oggi, del tuo passato di bambina, di bambino?
Tino guarda alla finestra, che è molto grande e lascia entrare tanta luce. Fuori è tutto verde: le colline, gli alberi del giardino, gli occhi del gatto che gira intorno a casa. Tino si chiede perché non può uscire: gli mancano la scuola, gli amici, le passeggiate. In realtà non si lamenta mai, però ogni tanto fa una domanda: perché non vado più a scuola? Immerso nella luce riprende a giocare, a cercare abbracci, a inventare nuovi circuiti per rincorrerci. La sua energia mi lascia respirare. E la vita continua, più verde che mai.
Aperta fino al 6 gennaio 2019 a Milano la mostra-gioco Colore. Giocare con la luce alla scoperta del colore, esperienza dedicata ai bambini dai 2 ai 6 anni che guida a scoprire la luce, un elemento immaterico ma tanto strettamente legato alla materia e alla vita di ogni giorno.
Un progetto, tanti sguardi
Sono diversi gli attori del progetto Muba e, nello specifico, della mostra-gioco Colore.
La squadra al femminile che ha dato vita ad una realtà articolata, capace di dialogare con il mondo della didattica, della creatività, della scienza, della cultura, questa volta si è messa in gioco con protagonisti di contesti diversi per aiutare i visitatori a ritrovare uno sguardo aperto, curioso, desideroso di approfondire.
Gli artisti che hanno aderito a #ColoreMuba – questo è l’hashtag ufficiale – mettono il loro bagaglio creativo e progettuale al servizio dei bambini, per stimolare e far crescere un modo sempre fresco di osservare la realtà che ci circonda.
Ciò che mi porto a casa dalla visita – come mamma rimasta, non troppo in fondo, bambina – è la voglia di una prospettiva positiva, intraprendente, da coltivare e far diventare allo stesso tempo naturale: cercare connessioni nuove nella vita quotidiana significa trovare ogni giorno lo straordinario nell’ordinario.
Muba: un progetto al femminile
Scoprire che il progetto del Museo dei Bambini di Milano ha le sue radici in un team quasi tutto al femminile mi ha permesso di approfondire un’esperienza che mi aveva già colpito per la qualità della visione e della prospettiva: tornare al Muba è stato ancora più sorprendente.
Muba sviluppa e diffonde l’educazione non formale, al fine di promuovere una cultura innovativa per l’infanzia con al centro l’esperienza diretta dei bambini, secondo il metodo pedagogico dei Children’s Museums.
Donne e professioniste sono al centro del progetto Muba: da Elena Dondina presidente a Barbara Merati direttore creativo.
La nostra volontà di affrontare un tema complesso e di scomporlo fino a renderlo il più leggero possibile è ben visibile all’interno del percorso della mostra-gioco. I bambini, infatti, sono chiamati a compiere gesti semplici e istintivi che appartengono al loro quotidiano,
spiega Barbara Merati.
Francesca Valan, colour designer e co-curatrice di Colore, ha accompagnato i visitatori durante la giornata di inaugurazione avvenuta lo scorso 9 maggio, con la pazienza e l’entusiasmo di chi insegna a vedere con occhio nuovo tanti aspetti abituali della realtà in cui siamo immersi.
Artisti per dialogare con la luce
Quattro installazioni sono al centro della mostra-gioco Colore: si possono osservare, toccare, attraversare.
Luce comanda color affronta le sinestesie e la percezione dei colori ed è arricchita dagli scatti del fotografo e scrittore Massimiliano Tappari.
Esci dall’ombra ha come tema l’RGB e la (s)composizione della luce e vede il supporto del creativo Mao Fusina.
Che occhio! è dedicata alla visione in natura e presenta delle illustrazioni realizzate da Nina Cuneo.
Dove ti nascondi? racconta e svela la mimesi degli animali, grazie alle illustrazioni realizzate dal duo creativo Carnovsky.
L’esperienza dei bambini e il ritorno al quotidiano
Li lascio alla fine ma sono i più importanti di tutti: parlo dei bambini, i protagonisti assoluti e i destinatari della mostra-gioco Colore. Senza dimenticare quanto la visita possa giovare anche agli adulti.
Come illustra Francesca Valan,
l’obiettivo della mostra è sperimentare la relazione del colore con la luce e rafforzare attraverso il gioco il legame e le regole che tutti viviamo ogni giorno con il colore. Un suo utilizzo corretto porta al miglioramento del nostro spazio visivo e della qualità della nostra vita quotidiana.
In questo articolo non mi è possibile svelare tutto ciò che ho appreso: posso solo tentare di incuriosire, per spingere a guardare il mondo con occhi sempre nuovi. E, tra un gioco e l’altro, si può anche scoprire come vede i colori un unicorno.
La mostra-gioco Colore è una ottima occasione per avviare i bambini a questo lavoro su se stessi, per aiutarli a sviluppare una più ricca relazione con la realtà.
Le proposte di gioco presenti in mostra sono rivolte in particolare ai bambini degli asili nido e delle scuole dell’infanzia.
La capacità di utilizzare propriamente i colori non è un dono di natura, ma è frutto di una corretta educazione. Come la musica, il colore ha delle precise regole armoniche, ed è importante imparare a scoprirle fin dall’età prescolare. Capire il colore consiste nell’imparare a vedere; saper vedere fornisce nuove chiavi di lettura della realtà.
Questa è la visione alla base di Colore: un approccio educativo prezioso da trasporre nella vita di ogni giorno, con emozione e voglia di esplorare.
Hai visitato anche tu la mostra-gioco Colore al Muba? Lascia nei commenti la tua esperienza e le tue impressioni.
In una mezza giornata di emozioni sono confluite la parte bambina di me, la vita segreta del copywriter (analogico) e la mamma in cerca di nuovi spunti creativi per i suoi pargoli.
Visitare un museo – a modo mio – è parte delle attività che amo da sempre. Far rinascere #lapartebambinadime in ogni occasione possibile è fonte di gioia, ma anche una scelta a volte faticosa per vivere meglio.
Visitare la mostra Vietato non toccare al Muba – Museo dei Bambini di Milano ispirata all’opera e alla didattica di Bruno Munari è stato il connubio di queste due esperienze, complice una zia innamorata del proprio nipote.
Alla ricerca del mondo analogico
Ho scelto di scrivere questo post perché la dimensione analogica della vita è essenziale accanto al digitale in cui viviamo ogni giorno.
Ciò vale per gli adulti e a maggior ragione per i bambini, che devono imparare sin da piccoli a relazionarsi con la realtà e a lasciarsi libero del tempo per assorbire quegli elementi funzionali a stimolare la curiosità, la voglia di sperimentare, le nuove connessioni creative.
Si tratta di strumenti cruciali prima per la vita personale, e poi – in un futuro che non è mai troppo lontano – per la vita professionale.
Perché è vietato non toccare
Visitando la mostra Vietato non toccare ho avuto occasione di sperimentare sulla mia pelle la sapienza creativa e didattica di Bruno Munari, artista designer che in tutta la sua attività ha operato per coltivare la fantasia, l’immaginazione e la creatività dei bambini.
Visitare la mostra Vietato non toccareha avuto il significato di un viaggio alla riscoperta del mondo analogico, così importante per ognuno di noi e soprattutto per i più piccoli già immersi nel digitale.
Sperimentare con i nostri sensi
Come puoi vedere dalle foto, in questa mostra-gioco interattiva mi sono divertita molto ma ho imparato anche tanto. Confesso di aver abbandonato la visita guidata più volte per fare esperienza degli oggetti di Bruno Munari, con le mie mani. Confesso di aver visto bimbi pazienti mettersi in fila dopo di me per aspettare il loro turno.
Ti illustro alcune tappe del percorso, una selezione di suggestioni che provo a raccontarvi. Ti invito a visitare di persona la mostra con i bambini: il divertimento e gli insegnamenti che puoi trarne sono assicurati per tutti.
Colori e materia: creiamo un libro
Con le nostre mani è possibile dare vita ad un piccolo progetto che possiamo portare a casa. All’inizio del percorso ci rechiamo in uno spazio con tanti tavolini a misura di bambino, in cui troviamo pastelli a cera colorati, foglietti di carta di vario colore già preforati e, infine, porzioni di superficie materica di diverso tipo, su cui possiamo sperimentare la tecnica del frottage.
Quando sovrapponiamo il foglio di carta ad una delle tante mattonelle materiche a disposizione – legno, metallo, materie plastiche, tutte diverse tra di loro al tatto oltre che alla vista – e passiamo il pastello colorato sul foglietto, possiamo ottenere una serie infinita di texturee combinare tra loro, a nostro piacimento, forme e colori. L’effetto è ancora più bello e luminoso se usiamo pastelli chiari su un foglietto nero.
Al termine del gioco possiamo rilegare i nostri disegni con un cordoncino che ci viene fornito: porteremo con noi un piccolo album creativo che possiamo replicare a casa tutte le volte che vogliamo, divertendoci a trovare di volta in volta una superficie nuova di cui avere l’impronta.
Con tutto il corpo: entriamo nelle scatole arredate
Una tappa del percorso molto amato dai bambini – e non solo – consiste in una serie di cubi di legnocavi, con il lato di circa un metro, all’interno dei quali è possibile entrare con tutto il corpo.
Ogni cubo ha un arredo interno realizzato con materiali differenti: dalle pareti a specchio all’imbottitura interna su tutte le dimensioni per creare una sorta di divano-nido cavo, dalla tappezzeria scura ai morbidi cuscini. Per lasciarvi la sospresa non vi rivelo tutto e lascio a voi il gusto della scoperta.
Ogni visitatore è libero di interagire con ogni cubo arredato, può entrare a piacimento dove vuole e in qualsiasi successione, può tornare più volte sui propri passi e creare così il proprio percorso sensoriale attraverso la vista, il tatto, l’udito e anche l’olfatto.
Immagini e fantasia: costruiamo una storia
Ti racconto un altro tratto della mostra capace di coinvolgere sia i bambini sia gli adulti.
Si entra in un lungo spazio arredato con una parete luminosa dove sono esposte tante schede quadrate trasparenti che riportano un disegno colorato ciascuna: un cielo stellato, una luna, una scala, un albero, un omino con l’ombrello, un ciuffo d’erba.
Possiamo scegliere diverse schede e, appoggiandoci su piccoli tavoli luminosi adatti ai bambini, siamo invitati a comporre una storia sovrapponendo tra di loro i disegni presenti su ogni scheda.
L’obiettivo del gioco è far raccontare ai bambini la storia ispirata dai disegni che mano a mano si sovrappongono.
Inutile dire che hanno dovuto insistere per farci visitare le altre sezioni del percorso. Noi per ora, un pochino a malincuore e con tanta voglia di ripetere l’esperienza a casa, ci spostiamo verso l’area pranzo e lasciamo a te il piacere di scoprire quello che non ti ho raccontato.
Vietato non toccare: info pratiche per visitare la mostra
Vietato non toccare è una mostra-gioco interattiva per bambini dai 2 ai 6 anni alla scoperta del lavoro di Bruno Munari. Realizzata da Muba e Associazione Bruno Munari con la collaborazione di Corraini Edizioni.
Il Muba ha sede presso la Rotonda della Besana, un vasto complesso architettonico in stile tardobarocco.
Posteggio: in zona ci sono alcuni parcheggicoperti a pagamento per chi arriva in macchina.
Ingresso: bambino 8 €, adulto 6 €. Sono possibili altre opzioni di prezzo per famiglie e visitatori aggiunti.
La visita è guidata e ha una durata di circa 75 minuti. Gli ingressi sono a orari fissi e occorre verificare sul sito web la disponibilità di posti e prenotare la propria visita. Occorre anche verificare sul sito gli orari di apertura che possono subire modifiche durante le festività.
Ti ricordo di recarti al museo con calze non bucate 🙂 I visitatori devono togliere le scarpe, sia i bambini, sia gli adulti che li accompagnano.
Potrai completare la visita con uno sguardo al Bookshop, in cui è possibile trovare libri d’artista e alcuni tra gli oggetti incontrati in mostra.
Per concludere in bellezza rimane da menzionare il quinto senso, il gusto.Bistroè un ambiente delizioso dove è possibile mangiare con comodi posti a sedere. Se desideri fermarti in questo spazio è consigliato riservare il posto.
Buona visita! 🙂
Ti è piaciuto l’articolo, oppure hai già visitato la mostra e vuoi parlarne? Ti aspetto qui sotto nei commenti.
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