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[i miei ospiti #9] Io non amo scrivere, di Sandro Ghini

Sandro Ghini descrive il suo mondo: «Consulente di comunicazione digitale, affianco e intreccio la mia attività di sviluppo progetti web alla mia passione per pittura e disegno e arte in genere». Quando ho iniziato ad ascoltare il podcast Mettiamoci la voce! collegato al progetto Leggere a voce alta mi chiedevo, incantata dalle voci, dall’armonia della conversazione e dalla praticità delle informazioni condivise, quale volto avessero i suoi protagonisti Sandro, Maria Grazia e Francesco. A poco a poco li ho conosciuti meglio e li ho seguiti con interesse sempre maggiore. Anche Sandro ci regala la lettura a voce alta del suo testo: ascoltalo nel canale Telegram NuoviConTesti.

Io non amo scrivere.

Non amo quel modo che ha la scrittura di rendere reali le cose. Mi fa paura.

Ogni tanto penso che la penna, ancor più della tastiera, pensi da sola. Sa cose che tu non sai o ne sa altre che non vorresti nessuno sapesse. E invece le spiattella lì, nero su bianco, su un foglio di carta.

Io non amo scrivere.

Perché in un pensiero ti ci puoi coccolare, avvolgere sentire al sicuro. Una volta che è scritto è vero, reale tanto da poterlo toccare. Non è più tuo.

Ma se quel pensiero ormai è autonomo, ti rappresenta ancora? Ti ha mai rappresentato? Era te in un dato giorno, in una data ora o era la penna a vederlo così in quel momento?

Io non amo scrivere.

Perché se è vero che la penna ne ferisce più della spada devi stare attento. Dove si prende il porto d’armi per scrivere? Già perché se dici una cosa magari puoi giocartela con il fraintendimento, con il “no ma volevo dire un’altra cosa…” ma con lo scritto? No con lo scritto non lo puoi fare. È lì inconfutabile. È lì a giudicarti e permettere di farti giudicare.

Io non amo scrivere.

Ma scrivo. In fondo quando si ama si scrive no?

Grazie a Sandro Ghini per aver partecipato alla rubrica con il suo testo e la sua voce. Se hai domande o vuoi approfondire scrivimi nei commenti. Leggi qui la puntata precedente.

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[i miei ospiti #8] La scrittura per me, di Maria Grazia Tirasso

Maria Grazia Tirasso si presenta così: «Laureata in Lettere, counselor IACP di I livello, autrice e regista teatrale. Mi occupo di tecniche teatrali, vocalità e lettura espressiva». Con Francesco Nardi e Sandro Ghini ha creato il progetto Leggere a voce alta che seguo da tempo, soprattutto nella forma del podcast. La voce femminile di Leggere a voce alta mi ha conquistata da subito per la serenità, l’eleganza e l’autorevolezza che trasmette. Anche Maria Grazia, come Francesco, ha letto a voce alta il testo da lei scritto. Ascoltala qui, nel mio canale Telegram.

La scrittura per me è stata fin da subito il mio vaso di Pandora della fantasia.

In terza elementare scrissi un temino sugli uomini primitivi che fece il giro della scuola, temo per il fatto che era assai strano. Finiva con un punto esclamativo “Che tempi!”. Ma per me era normale, divertente potermi esprimere con la stilografica sul foglio del quaderno (la stilo però la odiavo! costringeva la mia mano in una posizione innaturale… ). Mi fruttò un bel dieci e lode!

Da lì al primo anno di liceo, il passo sembra lungo ma invece è breve: tanto illuminata la maestra Margherita, tanto ottuso l’innominabile prof di lettere che bolla con un 2 e sotto il commento “delirante!” (col punto esclamativo ma non come quello mio di terza, questo era un punto esclamativo di scherno) un tema surreale, con immagini visionarie di panna e solitudine, del quale ancora oggi vado molto fiera!

L’adolescenza, si sa, è tempo di sofferenza e quale forma meglio della poesia traduce in grafemi i fonemi dell’anima? La mia parte censoria le ha buttate via tutte, qualche anno dopo… peccato!

Ma la scrittura diventa a poco a poco anche pensiero da razionalizzare e sintetizzare sulla carta: la tesi di laurea, relazioni, discorsi (miei e altrui… ): mi piace anche questo lato, la tastiera al posto della penna.

I miei piccoli lettori si chiederanno a questo punto: e la fantasia? Signore e signori della Corte, chiedo le attenuanti generiche per la mia protetta (che sono sempre io… sì, temo di avere più personalità!) la mia vita ad un certo punto se l’è acchiappata il Teatro (croce e delizia, spesso croce… ), quindi molti degli sfoghi fantasiosi sono diventati testi teatrali. Alcuni anche rappresentati. Parole da dire, non solo da lasciare sulla carta e allora la Voce che esce dalla penna si fa “voce alta”. Mi piace!

E torniamo agli uomini primitivi, non per il punto esclamativo, ma per il racconto, genere recuperato per amore, ma anche su commissione, recentemente.

La scrittura coniuga in me il mio lato impulsivo (fiumi di parole, scritte di getto) e quello razionale (vorrei dire pedante) per cui a volte sto ore a mettere una virgola e dopo la tolgo, per citare Oscar Wilde.

A volte sì, ho il timore che dal vaso di Pandora sia uscito già tutto quello che c’era dentro, poi però penso alla magia e tutto è di nuovo parole che si rigenerano, si colorano, si inseguono, scappano via da me, anche malgrado me…

Sono onorata di aver ospitato Maria Grazia Tirasso e la sua bella voce. Ti aspetto nei commenti se hai domande o desideri approfondire. Qui trovi la puntata precedente.

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Radici

[i miei ospiti #7] Ma dove sarà mai finita quella foto? Di Francesco Nardi

Francesco Nardi racconta di sé: «Attore e musicista teatrale, mi occupo principalmente di musicalità della voce (anche come pedagogista specializzato in didattica dell’espressività artistica) e svolgo la mia attività nell’ambito dell’Associazione culturale Il violino di Einstein». Ho incontrato Francesco alcuni anni fa, attraverso uno degli strumenti da lui prediletti: la voce. Ma non era solo: lo accompagnavano, come oggi, Maria Grazia Tirasso e Sandro Ghini, creatori del progetto Leggere a voce alta. Ti lascio alla lettura, con una sorpresa degna dell’autore: puoi ascoltare Francesco che legge a voce alta il suo brano nel mio canale Telegram.

Ma dove sarà mai finita quella foto?

Me l’aveva scattata di nascosto un commilitone ai tempi della Scuola Allievi Carabinieri (nel secolo scorso, si può ben dire). Già tutti e due con il pigiama di ordinanza, mi aveva sorpreso a scrivere, come tutte le sere, alla finestra della caserma (perché nel buio della camerata approfittavo della luce che veniva dai lampioni di fuori). Scrivevo… su fogli di carta igienica. Me lo ricordo ancora: non avevamo a disposizione fogli come normali studenti e allora bisognava arrangiarsi… Potevo forse non scrivere? Certo che no. Così la mia fidanzata di allora, i miei amici a casa ricevevano regolarmente quelle lettere… scritte su una carta un po’ particolare, diciamo così.

Sì, ho sempre scritto, dappertutto e di tutto… Anche in quel frangente, ma quante volte prima e dopo. A scuola e all’università, dove mi ero convinto che fosse necessario scrivere su quanto avevo appena studiato per impararlo, o come mi giustificavo allora, per “fissarlo” ancora meglio (ma non è che fosse una scusa? Confesso, lo faccio ancora oggi, anzi… l’ho fatto ancora oggi!)

Ho sempre scritto, dappertutto e di tutto… Ho pudore di farne un elenco perché ne risulterebbe solo un mezzo di questo Fine. Però, dai, un cioccolatino me lo concedo (e che sarà mai un gianduiotto?): leggo a voce alta per passione e vocazione… Da alcuni anni è diventata una competenza che ha abbracciato indissolubilmente il musicista e l’attore che sono in me. Ebbene, che bello scrivere a voce alta! Dare suono e intenzioni a quelle parole che mi scaturiscono chissà da dove e come… Scrivere e leggere a voce alta, come potrei volare con un’ala sola?

Però continuo a chiedermi… Ma dove sarà mai finita quella foto?

“Sei così distratto che non trovi l’acqua in mare…” mi diceva sempre mia madre.

Che sciocco, aveva ragione… Ce l’avevo e ce l’ho ancora qui.

Dentro di me.

Grazie a Francesco Nardi per aver condiviso questa storia di parole, anche a voce alta. Se hai domande o vuoi approfondire scrivi nei commenti. Qui puoi leggere la puntata precedente.

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[i miei ospiti #6] Scrittura: collaborazione e concretezza, di Riccardo Esposito

Riccardo Esposito è un professionista della scrittura online. Nel suo sito My Social Web si presenta così: «Ho iniziato a scrivere per emulare i web writer famosi. Anche per segnare gli appunti universitari, poi è arrivato My Social Web. Ma chi è Riccardo Esposito? Un antropologo prestato al web writing e al mondo del blogging». Riccardo è autore di diversi libri. Tra questi c’è l’opera in crowdfunding in uscita a maggio 2020, divisa in due parti di cui una scritta dalla giornalista Cristina Maccarrone, dedicata alla scrittura per informare: blogging e giornalismo si affiancano in modo reciprocamente produttivo. Buona lettura! Ti ricordo che qui trovi la puntata precedente.

Il mio rapporto con la scrittura. Argomento difficile da affrontare ma non impossibile, in realtà ho deciso di mettermi in gioco proprio per questo: scrivo ogni giorno per lavoro e lo faccio da più di dieci anni. Ma perché? E in che modo lo faccio?

Cioè, non mi chiedo se lo faccio bene o male (non mi interessa questo per ora) ma cosa mi permette di raccogliere quest’attività? Scrivo solo per lavoro o anche per un beneficio personale? Ovviamente la seconda opzione è quella giusta, non potrebbe essere diversamente per me.

Il mio rapporto con la scrittura è atavico, antico, basato su un rapporto che affonda le sue radici nella prima adolescenza. Vale a dire quando prendevo pessimi voti in matematica ed evitavo bocciature sonore solo grazie a temi di alto profilo. E interrogazioni rocambolesche in storia, italiano e geografia.

In realtà tutto inizia con le prime letture giovanili, con gli autori che ti segnano perché raccontano storie avvincenti attraverso la scrittura.

Jack Kerouac, Hemingway, Bukowski: questi nomi hanno rapito la mia attenzione. Scrivevano in modo speciale e sembrava quella la strada da seguire. Raccontare la strada, le avventure giovanili, le esperienze. Il tutto con uno stile rapido e veloce. Ed è qui che ho iniziato a scrivere in modo diverso, pensando prima all’immediatezza del messaggio.

Il mio rapporto con la scrittura si è sviluppato così: da un lato c’era il mio bisogno di comunicare, dall’altro un mezzo che cercavo di raffinare e portare all’essenza. Poi c’è stato il periodo universitario a cambiare le carte in tavola. Motivo?

Qui le mie esperienze hanno preso una direzione diversa, accademica. Ho iniziato a collaborare con professori, cattedre, eventi del settore. La scrittura mi ha aiutato, ancora una volta. Ma è stata risucchiata dal vortice del fanatismo dottrinale: ero concentrato sulla forma barocca delle pubblicazioni professionali, perdendo di vista il punto più importante. Vale a dire al comunicazione efficace.

Dopo la laurea, due tesi e altrettante bocciature agli esami di dottorato ho iniziato a lavorare nel mondo della scrittura online. In realtà avevo già fatto esperienza con il giornalismo, in un’agenzia stampa, ma la rivoluzione arriva qui. Sulle pagine web.

Qui il mio rapporto con al scrittura cambia ancora, forse in modo definitivo. O almeno per ora è così. Dopo una nascita utilitaristica e un’evoluzione che passa dallo stile scapigliato a quello dottrinale, il web suggerisce qualcosa di diverso: devi scrivere per le persone e per i motori di ricerca. Il primo approccio, nel 2009, è quasi infantile: si parla di keyword density e si costringe il povero web writer a seguire un certo numero di ripetizioni nel testo.

Vale a dire l’esatto contrario della buona scrittura. Ecco perché ho avanzato sempre l’idea di poter studiare le necessità del pubblico, non solo il come aggiungere più parole chiave al testo. L’ho fatto per My Social Web, il mio blog, e per quello dei miei clienti. Il risultato? Ho scritto due libri dedicati a questo argomento e il terzo è nato in crowdfunding: con la mia collega Cristina Maccarrone ho cercato di migliorare la fusione tra buona scrittura online per blogging e giornalismo.

Questo è il mio rapporto con la scrittura: una continua idea di collaborazione per ottenere un risultato concreto. Ovvero comunicare nel miglior modo possibile.

Ringrazio Riccardo Esposito per il suo prezioso contributo. Scrivi nei commenti se desideri porre domande o approfondire.

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[i miei ospiti #5] Scrittura e teatro: due arti terapeutiche, di Cristina Dal Farra

Cristina Dal Farra si racconta così, nel suo sito: «La parola che meglio mi descrive è “sognatrice” e questo già lo sapete se avete ascoltato il mio podcast. Siccome però di sogni non si campa dirò che per sopravvivere faccio la farmacista, ma per continuare a sognare ho fatto e faccio altre cose». Cristina pratica il teatro, la lettura a voce alta ed è una attiva podcaster con progetti sia personali sia collaborativi. Ora ti auguro buona lettura e ti lascio il link alla scorsa puntata.

Quando ero adolescente il mio mito era Jo del romanzo Piccole Donne.

A quell’epoca consolavo la mia tristezza scrivendo poesie e la scrittura mi è di nuovo venuta in soccorso durante la mia giovinezza.

Non ho mai avuto un’amica “del cuore” e spesso, nei momenti più difficili della mia vita, la lettura e la scrittura mi sono state di conforto e ancore di salvezza.

Ogni volta che mi accingevo a mettere su un foglio bianco quelle che un tempo ho definito “lacrime d’inchiostro”, automaticamente tutto mi appariva più chiaro e si placavano tutti i miei singhiozzi.

Non sono mai stata una chiacchierona ma in qualche modo i miei silenzi volevano trovare un modo per esprimersi, perché non si può non comunicare, e anche i più timidi e riservati come me sentono il grande bisogno di far sentire la propria voce.

L’ho capito quando per la prima volta a ventotto anni ho scoperto il piacere di fare teatro. È stato come se le parole, che per tanto tempo avevo confidato solo al mio foglio di carta, magicamente avessero preso una forma fuori di me e avessero trovato il modo di farsi sentire, di urlare, addirittura. E non avevano solo una voce queste parole ma anche un corpo.

A quel punto il teatro divenne per me quello che era stata la scrittura tempo prima: terapia.

Recentemente ho messo insieme queste due arti creando un podcast, e cioè un contenuto audio on demand, dove racconto una tappa della mia di vita attraverso riflessioni e suggestioni scritte.

La scrittura terapeutica è diventata così una forma di scrittura narrata ad alta voce attraverso il linguaggio del teatro.

Ma com’è il linguaggio del teatro?

È un linguaggio nato per essere detto, pronunciato ad alta voce.

Io direi che si tratta di una scrittura plastica capace di dare forma alle emozioni.

Sintesi ed immediatezza sono le sue caratteristiche.

Un linguaggio più vicino alla poesia che alla prosa.

Nel teatro, così come nella musica sono molto importanti i silenzi.

Nel mio podcast i silenzi pieni del teatro sono affidati alla musica e alle suggestioni sonore, che diventano  parte integrante della scrittura.

Il teatro che si fa su un palcoscenico possiede il gesto, lo spazio scenico, il corpo e parola per esprimersi. Nel caso di un audiodramma, come quello che mi propongo di creare nel mio podcast, la voce è l’unico strumento, insieme al suono e alla musica, di cui dispongo. Per questo motivo ho imparato a scoprire le potenzialità che questa racchiude.

Usare un registro più o meno acuto, un’intonazione piuttosto che un’altra può fare la differenza e, in alcuni casi, introdurre un silenzio teatrale.

Ogni parola scritta acquista così la sua voce e i suoi silenzi, che sarà l’ascoltatore a riempire con la sua immaginazione.

Voce, suono, musica e silenzio diventano parte integrante di una scrittura fatta per essere detta e ascoltata.

Grazie a Cristina Dal Farra per aver accolto l’invito ad essere mia ospite. Se desideri approfondire i contenuti dell’articolo ti aspetto nei commenti.

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Fili di Voce Scritta

[i miei ospiti #4] La scrittura nella mia vita quotidiana, di Paola Fontana

Paola Fontana è consulente nel settore nel settore del benessere e della bellezza, e si descrive così: «Il mio nome deriva dal latino e significa “piccola donna”, e così mi sento: una piccola donna che cresce! E piccoli sono i contributi che vorrei dare alle persone e all’ambiente […]. Amo la natura, sono affascinata dal potere e dai benefici delle piante sulla nostra salute». Aggiungerei altre passioni e talenti importanti: Paola ama la creatività, è appassionata di fotografia, pratica il disegno ed è una brava illustratrice (ho visto cose!). Che altro dire? Ora ti lascio alle sue parole. Qui trovi la puntata precedente.

Come uso la scrittura nella mia vita quotidiana?

In passato scrivevo un diario. Mettevo su carta pensieri ed emozioni. Era uno sfogo e conforto, e anche uno scavo nelle profondità del mio animo.

Tuttora continuo a scrivere a penna su un quaderno. Scrivo principalmente per fornire a me stessa una guida.

Stendo appunti sparsi che servono a fissare le idee.

Questi appunti sono sintesi e parole chiave prese da libri cartacei e testi letti online. Mi sono utili per raccogliere nozioni nuove e importanti per la mia crescita personale e professionale.

Uso anche le liste di cose da fare, per non perdere di vista gli obiettivi che ho fissato a priori (sempre nero su bianco).

Ulteriore strumento che uso nella mia scrittura sono le mappe mentali, esse sono una vera e propria “cartina” o “bussola” per non perdere di vista la direzione da prendere e per avere una visione organizzata del mio nuovo progetto.

Scrivo anche testi per pubblicizzare i prodotti e servizi che vendo: scrivo per persuadere il lettore e comunicargli in forma accattivante le mie soluzioni ai suoi problemi.

Questi testi sono accompagnati da immagini da me realizzate mescolando disegni fatti a mano con grafica eseguita attraverso strumenti digitali.

È mio intento scrivere anche, nel mio nascente blog, piccoli testi che vogliono essere un trasmettere mie riflessioni ed esperienze, nella speranza che siano utili a qualcuno.

In estrema sintesi, scrivere per me ha un duplice aspetto: riordinare idee a mio uso personale, o trasmettere idee e riflessioni ad altri, per loro utilità.

Ringrazio Paola Fontana per essere stata mia ospite. Se vuoi approfondire o lasciare la tua riflessione scrivimi nei commenti.

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[i miei ospiti #3] Cogito, dunque intraprendo, di Michele Casiero

Michele Casiero è docente di filosofia e storia, appassionato di comunicazione e molto altro. Lo si comprende dalla sua attività vulcanica e molto creativa: dal modo di coinvolgere i suoi alunni alla gestione dei canali Telegram dedicati alla filosofia e alla storia Appuntosofia e Tutta un’altra storia, dalla passione per la scrittura alla cura del podcast Sofia e Clio. Nel suo contributo Michele offre spunti che trovo essenziali: dall’utilità della filosofia nella cultura aziendale, alla connessione della scrittura con i processi cognitivi, il pensiero, la formazione. Ho scritto troppo, ti lascio al pezzo di Michele e ti ricordo che qui trovi la puntata precedente.

La filosofia aiuta l’imprenditorialità a dispiegare il suo potenziale.

Vi sembra una affermazione eretica?

Nel mondo scolastico e accademico si ritiene che la riflessione filosofica e il suo insegnamento non debbano inseguire logiche aziendalistiche e che la scuola debba difendere la tradizione culturale basata sul gesto persuasivo della parola e sulla sua capacità di disegnare orizzonti ampi, incentrati sui contenuti e sulla crescita del sapere e del pensiero critico attraverso un processo di apertura mentale.

Fuori il digitale dalle scuole!

Preferire le conoscenze, perché la categoria di competenze nasconde un significato ideologico elaborato da forze estranee alla scuola, che vorrebbero colonizzarla.

Ho ascoltato, a tal proposito, durante un incontro di studi, l’intervento di un’accademica di estrazione umanista, secondo la quale la scuola deve essere considerata un luogo di resistenza contro il neoliberismo capitalista (sic!).

D’altro canto, mi capita di ascoltare e leggere pareri che considerano il sapere filosofico astratto e, pertanto, inutile e la scuola italiana troppo lontana dal mondo del lavoro, perché troppo preoccupata a costruire nozionismo.

La scuola italiana ha un’impostazione storicista e incentrata sulle mnemotecniche, avulsa dal mondo reale.

Pertanto, se qualcuno ti definisce filosofo, preoccupati.

Ti sta dicendo che sei persona che parla, ma non conclude.

Un altro modo di dire rivolto ai docenti è: “Chi sa fa, chi non sa insegna”.

Questo preconcetto sulla filosofia, sull’insegnamento e sulle discipline umanistiche in generale nasce da un retaggio antico, che si può far risalire a Pitagora e ad Aristotele.

Si racconta che il primo abbia paragonato la società a una competizione olimpica: c’è chi gareggia, c’è chi tifa per i propri beniamini, chi partecipa per realizzare affari. Il filosofo, invece, è colui che osserva tutti questi eventi. Con distacco.

Aristotele ha definito la filosofia come conoscenza teoretica e disinteressata. Colui che fa filosofia non ha altro interesse se non quello di conoscere. E, in quanto uomo, cioè animale razionale, filosofando realizza se stesso pienamente come essere umano.

Platone, a sua volta, nel Teeteto, ci tramanda la storiella di uno stralunato Talete (convenzionalmente ritenuto il primo filosofo) che cadde in un pozzo, perché troppo impegnato a guardare il cielo. Da ciò si evince che la filosofia fosse considerata solo una modalità di vivere e non un mestiere.

Nella tradizione occidentale, vi sono numerosi esempi di filosofia legata all’ambito accademico e impegnata su questioni metafisico-teologiche lontane dagli interessi pratici e utilitaristici di coloro che svolgono lavori finalizzati al guadagno e al benessere materiale.

Ma qualcosa sta cambiando.

Nella riflessione di Alain Badiou, per citare un esempio, si parla di filosofia come evento, cioè attenzione non a ciò che è, ma a ciò che sarà. In questo contesto, un confronto con la quarta rivoluzione industriale è inevitabile. Riflessioni simili sono presenti nella filosofia di Arnold Gehlen, che lancia la sfida all’era tecnologica, non demonizzandola, ma cercando parametri etici per interpretare e vivere il futuro in un contesto ecosistemico, che superi le etiche tradizionali e l’antropocentrismo. Molto si muove anche nel panorama filosofico italiano. Luciano Floridi propone una lettura critica del concetto di informazione, mentre Maurizio Ferraris si propone di fondare un’ontologia del digitale.

E nel mondo imprenditoriale cosa succede? Basta farsi un giro sul web, digitando per esempio “filosofi in azienda sui motori di ricerca”.

La filosofia non solo interessa. Ma è vista come sapere strategico.

Mentre, infatti, nei licei italiani la filosofia è considerata “insegnamento atipico”, negli Usa sfornano manager che, facendo domande e non fornendo soluzioni preconfezionate, salvano le aziende dalla crisi. Realtà quali l’American Practitioners Association o la Cass Business school stanno diffondendo esempi di consulenza filosofica strategica. In una società basata sulla rapidità e sulla ristrutturazione delle skills, il filosofo aiuta a ragionare fuori da schemi consolidati e a trovare soluzioni sostenibili a lungo termine.

Come impattano sulla scuola queste dinamiche?

Gli studenti sono abituati a riflettere sui processi cognitivi che elaborano quando svolgono un compito o risolvono un problema. I processi formativi sviluppano una maggiore autoconsapevolezza negli attori coinvolti. Bisogna saper progettare e porsi obiettivi. Chi si occupa di filosofia ha un ruolo di ascolto attivo e di dialogo con l’obiettivo di far emergere le propensioni e i talenti degli studenti. Anche e soprattutto quelli nascosti. I filosofi, in generale, e i docenti di filosofia, dunque, possono avere un ruolo orientativo.

E in questi processi ne va anche della scrittura. Per anni si è puntato molto (forse troppo) sull’oralità. Oggi si lavora sulla scrittura filosofica. Esistono, infatti, competenze specifiche della filosofia. La scrittura di un testo argomentativo, che metta in luce alcune domande fondamentali. Lo stile filosofico è unico e molteplice. Tutti i testi si basano sul domandare, ma alcuni sono strutturati e sistematici altri brevi e penetranti. Saggi e aforismi. C’è poi l’interazione con altri linguaggi e altre forme di pensiero.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma si potrebbe concludere con un paio di interrogativi, che ne apre altri. Cosa significa oggi pensare? E se pensare non è legato alla dimensione calcolante, è possibile aprire la dimensione di impresa ad altri linguaggi e a prospettive diverse dal riduzionismo economicista?

Ringrazio Michele Casiero per il suo prezioso contributo e ti invito a seguirlo nei canali in cui è presente. Buona filosofia e buona scrittura! E ora ti aspetto nei commenti.

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[i miei ospiti #2] Scrivere e progettare, di Giulio Muto

Giulio Muto si occupa di architettura e di grafica, inoltre è un grande appassionato di cinema: qui puoi leggere un suo pezzo. L’ho incontrato quasi per caso attraverso Telegram, e da quel momento non abbiamo più smesso di interagire, in modo sempre più costruttivo. Ha un fare discreto che mette in risalto la sua professionalità, il suo entusiasmo e la sua energia. Qui puoi leggere la puntata precedente.

L’arte dello scrivere accompagna chiunque da sempre.

Preceduta storicamente dalle arti figurative, strumento espressivo di un’esigenza quasi primordiale di trasporre i pensieri in immagini, la scrittura costituisce lo strumento con il quale diamo una forma strutturata e precisa traducendo i pensieri in parole.

Nell’ambito del costruire, dell’architettura e delle arti grafiche, che si espandono sempre più nella sfera della multimedialità, la scrittura assurge al ruolo di strumento marginale seppur fondamentale. Un mondo in cui l’immagine, sia essa statica o in movimento, astratta o tecnica, gioca il ruolo principale, la scrittura si frappone nella fase di accentuazione e sintesi di un concetto già rappresentato figurativamente.

Potrebbe stare a margine di un lavoro come anche nella parte centrale e più impattante di un processo comunicativo e rappresentativo.

Nel mio caso, la scrittura in prosa occupa un ruolo importante tanto quanto quello dell’espressione grafica.

Il processo artistico, a livello concettuale, non è normato da regole e procedure quanto piuttosto da criteri e canoni.

È buona norma seguire un criterio procedurale per fasi, dal concepimento di un’idea, passando alla sua rappresentazione preliminare, cioè la fase in cui si compiono le scelte progettuali più importanti, arrivando alle fasi finali di definizione dell’idea ormai consolidata.

Durante tutto questo procedimento la scrittura è sempre presente, come accompagnatrice di un percorso costituito da più strumenti tesi tutti al conseguimento di uno stesso obiettivo.

Gli schizzi su carta di un progetto tecnico o grafico sono un amalgama di disegno e scrittura, un dualismo spesso imprescindibile per la comprensione l’uno dell’altro.

Così come nella fase di definizione la scrittura funge da strumento per relazionare e descrivere un progetto definito in tutto il suo insieme e completo di tutte le sue parti.

La scrittura non rappresenta unicamente uno strumento utile alla professione, anzi è soprattutto un canale di sfogo per le emozioni, le ispirazioni, le passioni.

Una passione per un determinato ambito professionale in cui non si opera personalmente, può trovare il proprio sfogo e appagamento attraverso la scrittura. A tal proposito possiamo aprire una parentesi sui lati positivi del progresso tecnologico, il quale dietro molti difetti (la micro-comunicazione nella telefonia) e le sue insidie (tutti i rischi derivanti dalla realtà virtuale nel web) nasconde anche una moltitudine di possibilità e occasioni per la divulgazione e la condivisione culturale, se utilizzato bene e con parsimonia.

Uno chef può diffondere il suo sapere e la sua passione attraverso un blog, così come allo stesso modo un aspirante giornalista può trovare occasioni per esprimersi. Un appassionato di cinema può sentirsi vicino a quel mondo scrivendo le sue opinioni sotto forma di recensioni e articoli, da diffondere per puro spirito di condivisione e di confronto con gli altri.

Grazie ancora a Giulio Muto per aver condiviso le sue belle riflessioni, mi auguro che avremo occasione di conoscerlo sempre meglio in futuro. Ti aspetto nei commenti in fondo alla pagina!

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Visioni

[i miei ospiti #1] Che scrivo? Di Samantha Rocca

Da oggi, nel mio blog lascio spazio anche a ospiti scelti che lavorano con la scrittura e la utilizzano come strumento principale oppure trasversale. Nel caso di Samantha Rocca, autrice dell’articolo che segue, la scrittura è protagonista della sua attività professionale – collegata al design e a molto altro, come potrai apprendere dal suo racconto – e del progetto Mamibum, capace di portare uno sguardo nuovo e fresco sul mondo delle mamme. Ma ora lascio la parola a Samantha, che ci parla di sé con il sorriso. Buona lettura! Federica

Un giorno mi diedero una penna, ed io iniziai a volare.

Così è come mi sento quando inizio a scrivere, fluttuando in una nuvola colorata di pensieri, al di sopra di ogni preoccupazione e lontana da ogni meccanismo ingrigito della nostra società.

Solo lì, al di là delle nuvole, proprio dove volano gli aerei, trovo la pace ed ogni ispirazione. Per questo forse amo viaggiare.

Mi chiamo Samantha, per quasi tutti Sami, per gli amici dominicani “La italiana loca” e per le seguaci della mia pagina web “Mamibum”. Sono simpatica, carina e attiva. Assumetemi 🙂 Scherzo. Aggiungo, sono anche ironica, credo sportiva e mi reputo un’appassionata scrittrice.

Vengo dal mondo delle favole o dal mondo delle frivole come preferite.
C’è chi la ama e chi la odia, parlo di lei… della Moda!

Non sono gli abiti ad avermi colpito, ma tutto quello che hanno dentro, dietro ed attorno.

Parlo del linguaggio silenzioso dell’abbigliamento. Perché gli abiti parlano, scrivono, e raccontano storie. Noi indossatori queste storie le personalizziamo, le stravolgiamo e a volte le riscriviamo. O le cancelliamo del tutto.

Mi diverte interpretare i linguaggi della strada, i segnali della società, e i messaggi delle pubblicità. Spesso scrivo le mie riflessioni e le condivido con amici e addetti ai lavori.

Così negli anni mi sono appassionata ai media, alla comunicazione verbale e non, alla sociologia e alle basi della psicologia. Passando per la PNL e la filosofia, convertendomi così in attenta osservatrice alla ricerca di nuovi Trend.

Tutto quello che è Linguaggio mi appassiona, tanto che dalle parole, sono passata a studiare le lingue straniere, per poi approdare ai linguaggi dei computer, l’html e molti altri.

Oggi mi occupo di Comunicazione Strategica, Ricerca Tendenze per il design, Grafica e Sviluppo web. Il mio mestiere potrebbe sembrare per lo più Visual, creazione di moodboard, presentazioni, campagne, loghi, siti internet… Ma vi assicuro non è così.

Le parole e la scrittura diventano essenziali per la buona riuscita di un qualsiasi progetto creativo!

Sappiamo bene che la sintesi è il dono dei bravi comunicatori, il super potere che porta all’effetto WOW e alla buona riuscita dell’acquisto – se la pensiamo in ottica pubblicitaria. Proprio per questo, tutto quello che è testo, quello che è il copy – utilizzando il linguaggio moderno, risulta essere di fondamentale importanza.

A questi livelli, quando si tratta di progettare o ridisegnare una strategia, le fortunate parole elette devono avere una forza incredibile.

Devono gridare ed essere chiassose in questo marasma del mercato odierno. Oppure essere del tutto silenziose… e contro tendenza.

Proprio per questo ho dato vita a “Wild Wild Word”, un progetto dedicato al “selvaggio” mondo delle parole. Un glossario di tendenza per esperti comunicatori e curiosi.

La scrittura è per me uno strumento potentissimo. Lavoro spesso con Key Words e concetti brevi, che il più delle volte mi vengono richieste a cornice dei progetti.
A volte addirittura, le parole me le invento. Creo dei neologismi curiosi per rendere il concetto ancora più immediato, rispetto all’utilizzare parole che conosciamo.

E quanto adoro le onomatopeiche, totalmente sottovalutate! Per non parlare poi dei giochi di parole. Ho un rapporto giocoso con la scrittura! Lo ammetto, volevo iniziare questo testo con “ABCiao a tutti…“ ma mi è sembrato un po’ troppo infantile ed ho optato per una frase a effetto. Vedete… le apparenze! Quanto ingannano.

Le parole, come i vestiti… nascondono qualche verità e dicono alcune bugie. O al contrario, sta a noi interpretarle!

Scrivere il più delle volte mi diverte molto, mi piace condividere quello che penso e raccontare le mie storie ad altri. Forse perché in persona spesso sono più riservata hehe.

Per esempio, parlo di me e della mia famiglia in una pagina web che gestisco… potete leggermi su mamibum.com e scoprirete che lì scrivere non è un lavoro, ma è più che altro un divertimento, uno storytelling che mi intrattiene molto.

Altre volte scrivere mi aiuta. Diventa la “pillola del buon umore”, che mi permette di sfogarmi e di lasciare sul foglio quello che non voglio portarmi dentro. Mi alleggerisco di qualche grammo e lascio spazio solo alle cose belle – e alle frivolezze, ovvio!

Nella mia vita ho scritto di tutto, lettere d’amore, lettere di scuse, lettere d’addio, lettere d’accompagnamento ai cv – che incubo oddiooo! Così come ho scritto racconti, storie vere, storie finte, e riflessioni profonde in momenti pindarici.

Scrivere, come nuotare, come fare yoga… lo interpreto come una forma di disciplina, serve spesso a riordinare le idee, e a sgarbugliare temi complessi.
Si tratta di un’attività che consiglio a tutti, come camminare e leggere. Altrettanto utili allo spirito.

Ho sempre detto che un giorno scriverò un libro, penso di non essere la sola. Ho conosciuto già almeno una decina di persone che hanno avuto la stessa idea. Che originali eh.

Forse quindi il desiderio di urlare le proprie parole al mondo, è il desiderio di tutti?

Io penso di sì, per questo ho capito di non aver più bisogno di un libro. Mi accontento di condividere i miei pensieri con le persone a me care, amici e colleghi 🙂

C’è una frase molto bella che vorrei condividere con voi.
Vi darà l’energia giusta!

Do not try to be original, just try to be good”, Paul Rand.

Trovo che questo concetto sia magnifico. Adesso potete smettere di sbadigliare, ho finito 😉

Vi abbraccio!
Samantha Rocca

Grazie ancora a Samantha Rocca per il suo contributo. Ti consiglio di passare a trovarla nei suoi progetti web e di seguirla per conoscerla sempre meglio. Al prossimo post!